Dipartimento di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute, Università degli Studi di Torino, SC Ematologia U, AOU Città della Salute e della Scienza di Torino
La Società Italiana di Ematologia (SIE) ha organizzato nel 2025 il suo consueto Congresso annuale, giunto quest’anno alla 52esima edizione, punto di riferimento per la presentazione delle più recenti novità in ematologia clinica e traslazionale. L’evento ha riunito esperti, ricercatori e clinici da tutta Italia, offrendo un’occasione unica per confrontarsi su innovazioni terapeutiche, studi clinici e strategie di gestione dei pazienti.
In questo articolo presentiamo un focus sugli abstract dedicati al mieloma multiplo (MM) che sono stati ritenuti meritevoli di presentazione orale. Tutti gli abstract sono disponibili online nell’abstract book dedicato (Abstract book, 2025).
Iniziamo con una serie di studi clinici di cui sono stati presentati alcuni aggiornamenti specifici.
La prof.ssa Gay ha presentato i risultati dello studio di fase III IsKia, che ha valutato l’aggiunta di isatuximab (Isa) al regime carfilzomib-lenalidomide-desametasone (KRd), utilizzato come terapia di induzione e consolidamento post-trapianto autologo (ASCT) nei pazienti con MM di nuova diagnosi (ND) eleggibili al trapianto (TE). I risultati preliminari dello studio erano stati già presentati dalla prof.ssa Gay all’ASH 2023 (Gay F et al, 2023). Questa nuova analisi ha invece posto l’attenzione sui tassi di negatività della malattia minima residua (MRD) mantenuta per almeno un anno e sugli esiti della fase di “light consolidation”.
Sono stati arruolati pazienti di età inferiore a 70 anni, randomizzati a ricevere quattro cicli di induzione a dose piena, trapianto con melphalan 200 mg/m², quindi quattro cicli di consolidamento a dose piena e infine dodici cicli di “light consolidation”. In questa fase, i pazienti del braccio IsaKRd ricevevano isatuximab (10 mg/kg nei giorni 1 e 15), carfilzomib (56 mg/m² al giorno 1), lenalidomide (10 mg per os nei giorni 1-21) e desametasone (20 mg nei giorni 1 e 15). Il braccio di controllo riceveva lo stesso schema di KRd.
L’analisi, condotta su 151 pazienti per braccio, ha mostrato un follow-up mediano di 35 mesi.
Dopo il consolidamento a dose piena, i tassi di MRD negatività (cut-off 10⁻⁵) sono stati del 77% con IsaKRd vs 67% con KRd (p=0,049), mentre la MRD negatività sostenuta a un anno dopo il consolidamento light è risultata 66% vs 59% (p=0,21). Utilizzando il cut-off più sensibile di 10⁻⁶, la negatività MRD dopo consolidamento è risultata 67% vs 48% (p<0,001) e la MRD negatività sostenuta a un anno dopo consolidamento light 52% vs 38% (p=0,012). Il vantaggio di IsaKRd è stato osservato in tutti i sottogruppi, incluso quello dei pazienti ad alto rischio citogenetico (62% vs 20%) e nei pazienti con R2-ISS III/IV (47% vs 35%).
Durante la fase di consolidamento light, il profilo di sicurezza è risultato sovrapponibile tra i due bracci: la principale tossicità ematologica di grado 3-4 è stata la neutropenia (17% con IsaKRd vs 18% con KRd), mentre tra gli eventi avversi non ematologici di grado severo si sono osservate infezioni (8% vs 5%), disturbi gastrointestinali (4% vs 4%) ed eventi vascolari (3% vs 1%). Le interruzioni per tossicità sono state rare (3% vs 2%) e si sono verificati due decessi correlati al trattamento nel braccio IsaKRd (uno per ischemia cerebrale e uno per embolia polmonare).
In conclusione, la professoressa Gay ha evidenziato che il regime IsaKRd, seguito da un consolidamento prolungato a basse dosi, incrementa significativamente i tassi di negatività MRD profonda e sostenuta (10⁻⁶) nei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi, in assenza di un aumento della tossicità (Gay F et al, 2025).
Nel suo intervento, il dott. Antonioli ha presentato i risultati aggiornati dello studio PERSEUS (NCT03710603). I pazienti sono stati randomizzati a ricevere daratumumab-bortezomib-lenalidomide-desametasone (DVRd) seguito da mantenimento con daratumumab + lenalidomide (DR) oppure VRd seguito da mantenimento con lenalidomide (R). I risultati principali dello studio PERSEUS sono stati già pubblicati (Sonneveld P et al, 2024). Anche in questo caso l’analisi si è concentrata sulla MRD negatività sostenuta (ovvero per almeno 12 mesi senza riscontro di positività intermedia) e sul suo impatto sulla PFS.
Dopo un follow-up mediano di 47,5 mesi, la percentuale di pazienti con MRD negativa sostenuta ≥12 mesi è risultata più che doppia con DVRd rispetto a VRd (64,8% vs 29,7%), e il vantaggio è stato confermato in tutti i sottogruppi, inclusi i pazienti ≥65 anni e con citogenetica ad alto rischio.
Analogamente, le percentuali di MRD negativa sostenuta ≥24 mesi sono state 55,8% con DVRd contro 22,6% con VRd.
I pazienti che hanno ottenuto una MRD negativa sostenuta ≥12 mesi hanno mostrato una PFS a 48 mesi superiore al 95%, indipendentemente dal braccio di trattamento. Inoltre, il regime DVRd ha ridotto di oltre la metà l’incidenza di malattia ad alto rischio funzionale (FHR), definita come progressione entro 18 mesi dall’inizio della terapia (3,1% vs 6,8%) (Antonioli E et al, 2025). Nel complesso, questi risultati rafforzano il ruolo dello schema PERSEUS come nuovo standard terapeutico per i pazienti TE con NDMM.
La prof.ssa Gay ha presentato un’analisi il cui obiettivo era proiettare i dati di sopravvivenza libera da preogressione (PFS) a lungo termine utilizzando modelli statistici parametrici, in accordo con le linee guida del NICE, per stimare la durata potenziale del beneficio di DVRd. Sono stati valutati sette modelli di distribuzione (esponenziale, Weibull, gamma, Gompertz, log-logistica, log-normale e gamma generalizzata), tenendo conto sia della mortalità specifica sia di quella generale della popolazione del Regno Unito, adeguata per età e sesso dei pazienti arruolati negli studi PERSEUS (Sonneveld P et al, 2024) (pazienti eleggibili al trapianto) e CEPHEUS (Usmani SZ et al, 2025) (pazienti non eleggibili al trapianto o con trapianto differito).
Alla mediana di follow-up di 47,5 mesi per PERSEUS e 58,7 mesi per CEPHEUS, la PFS mediana non era ancora stata raggiunta nei bracci DVRd, mentre nel braccio VRd la PFS mediana era risultata non raggiunta in PERSEUS e di 52,6 mesi in CEPHEUS.
Nel trial PERSEUS, che ha incluso 709 pazienti eleggibili al trapianto (età mediana 60 anni, 59% maschi), la stima di PFS a 48 mesi era 84,3% con DVRd vs 67,7% con VRd. Nel trial CEPHEUS, condotto su 289 pazienti non eleggibili al trapianto (età mediana 72 anni, 51% maschi), la PFS a 48 mesi era 72,3% vs 52,3%, rispettivamente.
Sulla base dei modelli applicati ai pazienti eleggibili al trapianto (PERSEUS), la PFS mediana stimata per DVRd variava tra 158 e 255 mesi (13,2–21,2 anni), rispetto ai 76–119 mesi (6,3–9,9 anni) ottenuti con VRd. Utilizzando il modello esponenziale, identificato come quello con il miglior adattamento, le stime di PFS erano rispettivamente di 205 mesi (17,1 anni) per DVRd e 87 mesi (7,3 anni) per VRd.
Nei pazienti non eleggibili o con trapianto differito (CEPHEUS), le mediane di PFS modellizzate risultavano pari a 96–118 mesi (8,0–9,8 anni) con DVRd e 52–54 mesi (4,3–4,5 anni) con VRd. Anche in questo caso, il modello esponenziale stimava una PFS di 100 mesi (8,3 anni) per DVRd contro 53 mesi (4,4 anni) per VRd.
In entrambe le popolazioni, le proiezioni mostravano un beneficio nettamente superiore con DVRd rispetto a VRd. Come prevedibile, la PFS stimata era più lunga nei pazienti TE (205 mesi, considerando un’età di partenza di 60 anni) rispetto ai NTE (100 mesi, da un’età media di 72 anni)(Gay F et al, 2025b).
Queste proiezioni, che estendono in modo coerente i dati osservati, supportano l’utilizzo di DVRd come strategia di trattamento capace di offrire un beneficio a lungo termine, rafforzato anche dal mantenimento contenente daratumumab in tutti i pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi.
Il dott. Bertuglia ha presentato i dati aggiornati dello studio UNITO-MM-01/FORTE, precedentemente illustrati dalla professoressa Gay durante il congresso EHA 2025. Questo trial randomizzato di fase III ha dimostrato che il regime carfilzomib-lenalidomide-desametasone (KRd) seguito da trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) migliora in modo significativo la sopravvivenza libera da progressione (PFS) rispetto a 12 cicli di KRd senza trapianto (KRd12) e rispetto a KCd-ASCT (carfilzomib-ciclofosfamide-desametasone).
Lo studio ha inoltre valutato, nella seconda randomizzazione, il ruolo del mantenimento con carfilzomib e lenalidomide (KR) rispetto al mantenimento con lenalidomide da sola (R), mostrando che l’aggiunta di carfilzomib per due anni migliora la PFS a 3 anni rispetto a R in monoterapia (Gay F et al, 2021).
Complessivamente, 474 pazienti eleggibili al trapianto sono stati randomizzati alla prima fase (R1) nei tre bracci di trattamento (KRd-ASCT, n=158; KRd12, n=157; KCd-ASCT, n=159) e successivamente alla seconda randomizzazione (R2) per la fase di mantenimento (KR, n=178; R, n=178).
L’analisi aggiornata, con un follow-up mediano di 93,6 mesi, ha confermato la superiorità di KRd-ASCT, con una PFS mediana di 99 mesi (circa 8 anni), significativamente più lunga rispetto a 70 mesi con KRd12 (HR 0,73; p=0,04) e 64 mesi con KCd-ASCT (HR 0,65; p=0,005).
Il tempo alla terapia successiva (TTNT) non è stato raggiunto nel braccio KRd-ASCT, risultando comunque superiore a KRd12 (70 mesi; HR 0,59; p=0,002) e KCd-ASCT (87 mesi; HR 0,63; p=0,006). Inoltre, si è osservata una tendenza favorevole anche per la PFS2 (HR 0,71 vs KRd12; HR 0,72 vs KCd-ASCT). A 8 anni di follow-up, la sopravvivenza globale (OS) era simile nei tre gruppi (75% vs 72% vs 68%).
Per quanto riguarda la seconda randomizzazione, con un follow-up mediano di 82 mesi, il mantenimento con KR ha conferito un vantaggio significativo di PFS fino a 4 anni rispetto a R (75% vs 66%; HR 0,66; p=0,04). Tuttavia, dopo i due anni di interruzione di carfilzomib, il beneficio tende a ridursi nel tempo (PFS mediana non raggiunta vs 88 mesi).
Le neoplasie primitive secondarie (SPM) sono state osservate nel 6% dei pazienti (30 casi), con un tempo mediano di 52 mesi da R1. Di queste, 8 erano neoplasie ematologiche, 19 tumori solidi e 3 cutanei; 10 pazienti sono deceduti per SPM, 6 dei quali trattati con KRd-ASCT e ancora in remissione. L’incidenza relativa di SPM è risultata più alta nei pazienti del braccio KRd-ASCT (vs KRd12: 1,99; vs KCd-ASCT: 1,48).
In conclusione, come riportato dal dottor Bertuglia, con un follow-up a lungo termine lo studio FORTE conferma che KRd-ASCT garantisce una PFS mediana di circa 8 anni, superiore rispetto a KRd12 e KCd-ASCT. Inoltre, l’aggiunta di carfilzomib al mantenimento con lenalidomide per 24 mesi fornisce un vantaggio clinicamente rilevante, mantenuto fino a due anni dopo la sospensione del farmaco. L’incidenza di neoplasie secondarie rimane contenuta, con una prevalenza nei pazienti sottoposti a trapianto (Gay F et al, 2025c).
Le terapie cellulari CAR-T e gli anticorpi bispecifici hanno ridefinito il panorama terapeutico del mieloma multiplo refrattario, offrendo risposte più rapide, profonde e in molti casi più durature rispetto alle terapie standard precedenti. Le CAR-T targeting il BCMA, ovvero idecabtagene vicleucel (idecel) (Munshi NC et al, 2021) e ciltacabtagene autoleucel (ciltacel) (Berdeja JG et al, 2021), hanno mostrato tassi di risposta elevati con percentuali significative di risposta completa e conversione a MRD-negatività in pazienti fortemente pretrattati, traducendosi in netto miglioramento dell’outcome dei pazienti triplo-refrattari.
A tal riguardo, il prof. Cavo ha presentato i risultati aggiornati dello studio CARTITUDE-4 (San-Miguel J et al, 2023), che ha valutato l’efficacia della terapia CAR-T ciltacel nei pazienti con mieloma multiplo recidivato e refrattario a lenalidomide dopo una o fino a tre linee di trattamento precedenti.
Lo studio, condotto su una popolazione di pazienti già esposti a lenalidomide, ha dimostrato un beneficio significativo in PFS e OS rispetto alla terapia standard (SOC), rappresentata dal trattamento di scelta tra pomalidomide-bortezomib-desametasone (PVd) o daratumumab-pomalidomide-desametasone (DPd).
Con un follow-up mediano di 33,6 mesi, l’infusione singola di ciltacel ha ridotto del 71% il rischio di progressione o morte rispetto alla SOC (HR 0,29; IC 95% 0,22–0,39) e del 45% il rischio di morte (HR 0,55; IC 95% 0,39–0,79; p=0,0009). Il vantaggio di ciltacel è risultato coerente in tutti i sottogruppi, inclusi i pazienti con citogenetica ad alto rischio [del(17p), t(4;14), t(14;16), o amplificazione di 1q], suggerendo che la terapia CAR-T possa superare l’impatto prognostico sfavorevole di queste alterazioni genetiche.
Nei pazienti con malattia extramidollare (EMD), la PFS mediana è risultata di 13 mesi con ciltacel vs 4 mesi con SOC (HR 0,71), mentre la OS mediana non è stata raggiunta con ciltacel rispetto ai 16 mesi con SOC (HR 0,61). Analizzando i risultati in base al numero di linee terapeutiche precedenti, ciltacel ha mantenuto un vantaggio netto e duraturo:
- dopo una linea di terapia precedente: PFS non raggiunta con ciltacel vs 17 mesi con SOC (HR 0,41);
- dopo due linee: PFS non raggiunta vs 12 mesi (HR 0,30);
- dopo tre linee: PFS non raggiunta vs 8 mesi (HR 0,20).
La sopravvivenza globale ha mostrato una tendenza favorevole in tutti i sottogruppi, con OS mediana non raggiunta per i pazienti trattati con ciltacel, rispetto a 34 mesi nel braccio SOC per i pazienti con tre linee precedenti (HR 0,49).
Come sottolineato dal professor Cavo, questi dati confermano che una singola infusione di ciltacel offre un vantaggio clinico sostanziale rispetto alle terapie convenzionali e rappresenta una solida opzione terapeutica già a partire dalla prima recidiva del mieloma multiplo refrattario a lenalidomide (Cavo M et al, 2025).
Rispetto alle CAR-T, gli anticorpi bispecifici (anti-BCMA/CD3 e anti-GPRC5D/CD3) rappresentano un’alternativa “off-the-shelf”, somministrabile in tempi rapidi e con eccellenti tassi di risposta anche in pazienti triple-class exposed o refrattari. Esempi rilevanti sono teclistamab (studio MAJESTEC-1) (Moreau P et al, 2022) e talquetamab (studio MonumenTAL-1) (Chari A et al, 2022), che hanno dimostrato risposte profonde e durature in popolazioni fortemente pretrattate.
Negli ultimi anni, tuttavia, l’attenzione della comunità scientifica si è spostata anche verso la valutazione dei risultati in contesti real-world, cioè al di fuori dei criteri rigorosi dei trial clinici. Gli studi real-world raccolgono dati provenienti dalla pratica clinica quotidiana, includendo pazienti spesso esclusi dagli studi registrativi per età, comorbidità o stato funzionale, e permettono di comprendere meglio l’efficacia, la tollerabilità e la gestibilità dei farmaci nella popolazione reale. Gli studii REALiTEC e REALiTAL rispecchiano questa tendenza attuale.
Nel suo intervento, il dott. Liberatore ha presentato i risultati preliminari dello studio REALiTEC, la prima analisi osservazionale internazionale su pazienti trattati con teclistamab al di fuori dei trial clinici.
Sono stati inclusi 113 pazienti provenienti da 23 centri di 8 Paesi, tra cui 13 pazienti italiani. L’età mediana era di 66 anni, con una mediana di 6 linee terapeutiche precedenti; il 78,8% era triplo-refrattario, il 44,2% penta-refrattario, e circa un terzo aveva già ricevuto trattamenti anti-BCMA.
Con un follow-up mediano di 20,7 mesi, la durata mediana del trattamento è stata di 9,4 mesi. Rispetto all’attuale schedula che prevede una somministrazione settimanale, Il 39,8% dei pazienti è passato alla somministrazione quindicinale dopo una mediana di 7 mesi, principalmente per aver raggiunto una risposta molto buona parziale o superiore (≥VGPR).
Il tasso complessivo di risposta (ORR) è stato del 60,2%, con 52,2% ≥VGPR. Il tempo mediano alla prima risposta è stato di 1,6 mesi, e quello alla migliore risposta di 3,7 mesi. La durata mediana della risposta (DoR) è stata di 20,3 mesi, la PFS mediana di 9,7 mesi e la OS mediana di 26,2 mesi. Nei pazienti con ≥VGPR, la DoR è risultata più lunga (26,1 mesi), mentre PFS e OS non erano ancora raggiunte, con il 71% dei pazienti liberi da progressione e l’83% vivi a 12 mesi. Tra i pazienti non pretrattati con farmaci anti-BCMA, la PFS mediana è stata di 14,2 mesi, mentre la OS non era raggiunta.
Gli eventi avversi più comuni sono stati infezioni (72%, di cui 41% di grado 3-4), CRS (56%, solo 2% di grado 3-4), neutropenia (35%, G3-4: 33%) e anemia (26%, G3-4: 17%).
Il dott. Liberatore ha sottolineato come i risultati di REALiTEC siano in linea con quelli dello studio registrativo MajesTEC-1, confermando l’efficacia e la sicurezza di teclistamab anche nella pratica clinica reale e ribadendo l’importanza di ottenere risposte profonde, associate a una durata di risposta e a una sopravvivenza significativamente migliori (Liberatore C, 2025).
Similmente, il dott. Da Vià ha presentato i risultati del REALiTAL, uno studio osservazionale retrospettivo internazionale che ha valutato l’efficacia e la sicurezza del talquetamab, il primo anticorpo bispecifico anti-GPRC5D/CD3, in pazienti con mieloma multiplo recidivato/refrattario RRMM pesantemente pretrattati, al di fuori di contesti sperimentali.
Sono stati inclusi 93 pazienti provenienti da 26 centri in 7 Paesi. L’età mediana era 65 anni, con una mediana di 5 linee terapeutiche precedenti; quasi tutti erano triple-class (97,8%) e penta-class exposed (86%), e oltre la metà (52,3%) aveva ricevuto trattamenti anti-BCMA (CAR-T, bispecifici o ADC).
Dopo un follow-up mediano di 15 mesi, l’ORR è stato del 66,7%, con 57% dei pazienti che hanno raggiunto almeno una ≥VGPR. La PFS mediana è risultata di 8,2 mesi e l’OS mediana di 25,3 mesi; la DOR è stata di 12,3 mesi, con tempi medi di risposta rapidi (1,2 mesi). I pazienti che hanno raggiunto una risposta profonda (≥VGPR) hanno mostrato una PFS di 18,2 mesi e una OS di 25,3 mesi, confermando la correlazione tra profondità di risposta e outcome clinici favorevoli.
Gli eventi avversi più comuni includevano tossicità cutanee e ungueali (67,7%), tossicità orali e disgeusia (66,7%), CRS (55,9%) e infezioni (47,3%), con un basso tasso di interruzione del trattamento (6,5%).
Il REALiTAL ha quindi confermato risultati comparabili a quelli del trial MonumenTAL-1, sottolineando come le risposte profonde a talquetamab si associno a DOR, PFS e OS più prolungate (Da Vià MC et al, 2025).
Lo schema di somministrazione degli anticorpi bispecifici nei pazienti con mieloma multiplo prevede un “step-up dosing” iniziale, pensato per ridurre il rischio di sindrome da rilascio di citochine (CRS) e di neurotossicità (ICANS). Ad esempio, nel caso del teclistamab (anti-BCMA/CD3) lo schema approvato è: prima dose 0,06 mg/kg (giorno 1), seconda dose 0,3 mg/kg (circa giorno 4) e in terza somministrazione la dose “full” di 1,5 mg/kg (circa giorno 7), seguita da somministrazioni settimanali. Un periodo di monitoraggio di circa 48 ore dopo ogni dose step-up è raccomandato, tipicamente in regime di ricovero.
La dott.ssa Tacchetti ha presentato dati real world sull’uso dei bispecifici approvati (teclistamab, talquetamab ed elranatamab) con un focus particolare che riguardava la somministrazione della step-up in regime ambulatoriale. Lo studio ha incluso infatti 27 pazienti trattati presso il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi dal 2022, di cui 11 hanno ricevuto la somministrazione step-up in regime ambulatoriale a partire da ottobre 2023.
L’età mediana dei pazienti era di 70 anni, con una mediana di 5 linee terapeutiche precedenti, e il 96% era triple-class refrattario. Gli eventi di CRS si sono verificati in 20 pazienti (74%), quasi tutti di grado 1; la somministrazione in ambulatorio ha mostrato incidenza simile di CRS rispetto ai pazienti trattati in ospedale, senza necessità di ricovero. Gli episodi di ICANS sono stati rari (7%) e limitati a pazienti ricoverati.
Le infezioni sono state osservate nel 70% dei pazienti, con il 18,5% di grado ≥3, e il 67% ha ricevuto supplementazione di immunoglobuline per ipogammaglobulinemia. Tra i pazienti trattati con talquetamab, sono stati riportati tossicità cutanee e ungueali (75%) e disgeusia (62,5%).
L’ORR è stato dell’88%, con 56% dei pazienti che hanno raggiunto una risposta completa o migliore. La PFS a 5,6 mesi è stata dell’89% (Tacchetti P et al, 2025).
La dott.ssa Tacchetti ha concluso che i dati real world confermano la sicurezza e l’efficacia dei bispecifici, supportando la somministrazione step-up in ambulatorio come opzione sicura e fattibile per pazienti selezionati.
Sempre sul fronte delle evidenze real word, seppur in un setting diverso, il dott. Offidani (Offidani M et al, 2025) ha presentato un’analisi real world della citogenetica nel MM e delle sue implicazioni prognostiche, basata su 1.026 pazienti trattati in 12 centri italiani tra il 2019 e il 2023, con follow-up mediano di 42 mesi.
Tra i pazienti valutabili per FISH (63%), il 29% era ad alto rischio (HR), il 70% a rischio standard (SR) e l’1% con double hit (DH). Nei pazienti TE, la PFS mediana era di 31,5 mesi (HR), 62 mesi (SR) e 60 mesi (missing FISH), mentre nei pazienti NTE era di 23, 36 e 30 mesi, rispettivamente.
L’uso di terapie anti-CD38 ha migliorato significativamente la PFS nei pazienti non-TE e nei TE con alterazioni 1q-1p, ma non nei TE con HR. Inoltre, nel gruppo TE, il doppio trapianto non ha mostrato vantaggi in termini di PFS né complessivamente né nei sottogruppi ad alto rischio, contrariamente a quanto osservato nei trial EMN-02 (Cavo M et al, 2020) e STAMINA (Stadmauer EA et al, 2019).
Infine è stato rivolto uno sguardo anche alle novità in campo di diagnostica.
Il dott. Talarico ha presentato i risultati preliminari di uno studio prospettico monocentrico volto a confrontare l’efficacia della FDG-PET/CT e della risonanza magnetica total body con diffusione (WB-DW-MRI) nella diagnosi, stadiazione e valutazione della risposta terapeutica nel MM e nello smoldering mieloma (SMM), in associazione alla valutazione della MRD.
Dal 2022 al 2025 sono stati arruolati 205 pazienti (74 SMM, 131 NDMM). Nei pazienti con NDMM e lesioni ossee documentate alla TC (64%), la MRI è risultata positiva nel 100% dei casi e la PET nell’89%; nei restanti, la MRI era positiva nel 51% e negativa nel 49%. La WB-DW-MRI ha individuato un numero maggiore di lesioni focali (FLs) e di malattia parascheletrica (PSD) rispetto alla PET (FLs: 76% vs 57%, p=0,001; PSD: 30% vs 23%, p=0,001), mentre la concordanza è stata sovrapponibile per la malattia extramidollare (EMD) e moderata per la malattia diffusa (DD).
La presenza di DD alla MRI si associava a maggiore infiltrazione midollare plasmacellulare, Hb più bassa e maggiore concentrazione di proteina monoclonale sierica e urinaria; oltre 3 lesioni focali erano invece correlate a R-ISS 3 e Hb ridotta. Nei pazienti con SMM, la PET ha individuato più frequentemente DD rispetto alla MRI (8% vs 5%, p=0,04).
Alla rivalutazione (48 pazienti), la concordanza tra PET e MRI è risultata del 93% (k=0,6). Tra i pazienti che avevano raggiunto almeno VGPR e risposta metabolica/radiologica con entrambe le tecniche, la MRD (valutata con NGS) era disponibile per 13 pazienti, risultando negativa nel 62% e positiva nel 38%. Il dott. Talarico ha concluso che i dati preliminari supportano l’uso combinato di PET/CT e WB-DW-MRI per la stadiazione iniziale del mieloma, con una buona concordanza nella valutazione della risposta (Talarico M et al, 2025).
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