24-25 maggio 2018, Roma – Leukemia 2018
8 novembre 2017
Ferrodeplezione
15 novembre 2017

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Rispetto alla visione storica che definiva la leucemia linfatica cronica (LLC) una malattia indolente da accumulo di piccoli linfociti, le conoscenze patogenetiche hanno consentito di riconoscere questa condizione come una malattia dinamica, che trae la sua origine da una ricca serie di eventi biologici e genetici primari e secondari. L’interazione con gli antigeni, lo stato di “attivazione” cellulare che ne segue e le complesse interazioni con il microambiente plasmano una malattia dal decorso eterogeneo, talora preceduta da una condizione predisponente, la linfocitosi B-monoclonale (monoclonal B-cell lymphocytosis, MBL) recentemente definita nei suoi contorni nosografici. Grazie ai progressi sulla comprensione dei meccanismi che governano la storia naturale della LLC l’approccio moderno alla gestione del paziente si avvale di una caratterizzazione clinica che prevede lo studio di una serie di marcatori prognostici, molto utili per l’adeguata programmazione di terapie sempre più efficaci, che includono oggi alcune molecole in grado di interferire con processi essenziali per la sopravvivenza e la crescita del linfocito neoplastico.

Definizione e cenni epidemiologici

La LLC è un disordine linfoproliferativo cronico che coinvolge i linfociti B CD5-positivi e che rientra tra le neoplasie a cellule B-mature della classificazione WHO (Muller-Hermelink HK, 2008). E’ più frequente nei maschi che nelle femmine (1,5-2,0/1), ed ha un’incidenza nei paesi occidentali, riferita a 100.000 abitanti, compresa tra 2-6 casi/anno, mentre è rara in Giappone e nei paesi orientali, ove l’incidenza è <1 caso/100.000 abitanti (Redaelli A, 2004) PubMed (Figura Ia).

L’età media alla diagnosi è attorno ai 70 anni, e l’incidenza aumenta da 1 caso/anno/100.000 abitanti nella fascia 40-50 anni a 20 casi nella fascia 70-80 anni. Oltre il 40% delle LLC è diagnosticata ad un’età >75 anni, mentre meno del 10% è diagnosticata prima dei 50 anni (Brenner H, 2008) PubMed (Figura Ib).


Figura I. a) incidenza nei diversi paesi; b) incidenza per età

Eziologia

L’eziologia della LLC non è nota. Non può essere escluso un ruolo per le radiazioni ionizzanti (Richardson DB, 2005) PubMed, anche se lo studio della popolazione sopravvissuta all’incidente nucleare di Chernobyl ha mostrato un aumento di incidenza di molte forme di leucemia, ma non di LLC (Lin SL, 2009). Alcune attività agricole, con particolare riguardo all’impiego di pesticidi si possono associare ad un aumento dei casi di LLC (Caporaso N, 2004) PubMed.

Vi è evidenza di una possibile associazione tra LLC e fattori genetici. La LLC ha un’incidenza bassa nelle popolazioni orientali rispetto agli occidentali e i gruppi etnici che migrano in altri paesi mantengono l’incidenza di questa malattia al livello di quella del paese di provenienza. Nei parenti di primo grado di soggetti affetti da LLC il rischio di sviluppo della malattia e di altre sindromi linfoproliferative (linfoma di Hodgkin e non-Hodgkin) è superiore rispetto a quello della popolazione generale di pari età e sesso (Capalbo S, 2000 PubMed; Goldin LR, 2004 PubMed) e si possono rinvenire espansioni di piccoli cloni B linfocitari con fenotipo classico della LLC e negatività per CD38, con una frequenza francamente maggiore rispetto alla popolazione generale (Rawstron AC, 2002) PubMedIn un’analisi di 24 famiglie con più di due membri affetti si è potuto documentare, accanto alle classiche anomalie citogenetiche, una elevata frequenza di delezioni o guadagno di materiale genetico a livello delle bande Xp11.1-p21, Xq21-qter, 2p12-14 e 4q11-21 (Martin AJ, 2002) PubMedE’ possibile che, diversamente dal cancro mammario, ove un gene (BRCA1) ha un importantissimo effetto, il substrato genetico della LLC consista nell’intervento di più geni con basso potenziale predisponente (Goldin LR, 2007) PubMed.

Patogenesi

A cura di: Sara Martinelli (Struttura semplice di Ematologia- Unità operativa di Medicina Interna – Ospedale S. Chiara di Trento).

La patogenesi della LLC riconosce numerosi momenti (Tabella I), incentrati sulle particolarità della cellula d’origine, sulle sue interazioni con ipotetici antigeni e con il microambiente e sullo sviluppo di una vasta gamma di lesioni genetiche.

Tabella I: Momenti patogenetici nella LLC

a) Cellula d’origine

Per molto tempo l’espressione del CD5 da parte delle cellule della LLC ha fatto ritenere che la controparte cellulare normale fosse rappresentata dal subset di linfociti B-1 (definito nel topo, senza un chiaro corrispettivo nell’uomo), coinvolto nell’immunità innata e in grado di produrre anticorpi naturali mediante una reazione T-indipendente (Darzentas N, 2010). Nell’uomo, l’espressione di CD5 caratterizza le cellule B vergini, mentre viene persa dopo l’incontro con l’antigene. In una parte dei casi di LLC (50-80% nelle varie casistiche) la cellula leucemica presenta >2% di mutazioni somatiche nella sequenza del gene codificante per la porzione variabile delle catene pesanti delle Ig (IGHV), un processo (ipermutazione somatica) che fisiologicamente avviene all’interno del centro germinativo, grazie all’intervento di enzimi quali l’activation-induced cytidine deaminase (AID), in risposta ad antigeni T-dipendenti. La restante parte delle LLC presenta una configurazione “germline” della porzione variabile del gene Ig (i.e. <2% di mutazioni). Il passaggio attraverso il centro germinativo, che quindi caratterizza le LLC “mutate”, è tuttavia incompatibile con la derivazione dai linfociti B-1. Inoltre, lo studio del profilo di espressione genica ha mostrato ampia omogeneità tra i diversi casi di LLC, indipendentemente dallo stato mutazionale dei geni IGHV, ed è risultato somigliante a quello delle cellule B memoria CD27+. I casi di LLC “mutate” potrebbero quindi rappresentare l’espansione di cellule B memoria CD27+ che, in seguito all’incontro con un antigene T-dipendente, hanno attraversato le fasi del centro germinativo; i casi di LLC “non mutate” potrebbero invece derivare da una frazione minoritaria di cellule B CD27+ che hanno incontrato l’antigene in maniera T-indipendente ed hanno sviluppato un fenotipo “memoria” senza passaggio attraverso il centro germinativo (Klein U, 2001; Rosenwald A, 2001). L’espressione del CD5 potrebbe essere coerente con l’origine delle LLC “mutate” da un subset recentemente riconosciuto di cellule B memoria CD27+ CD5+, mentre per le LLC “non mutate” l’espressione del CD5 sarebbe suggestiva di una origine da cellule B vergini pre-centro germinativo, ipotesi sostenuta anche da alcuni studi di espressione genica (Seifert M, 2012), non potendo tuttavia escludere che il fenotipo di superficie possa essere stato alterato dal processo stesso di trasformazione o da uno stato di anomala attivazione e che quindi il CD5 sia comunque espresso da cellule che hanno effettivamente incontrato l’antigene (Fabbri G, 2016).
Accanto alle controversie relative all’origine della cellula B matura la cui espansione determina la malattia, recenti evidenze suggeriscono che le più precoci alterazioni genetiche ed epigenetiche che predispongono allo sviluppo della LLC si verifichino a monte, a livello della cellula staminale emopoietica pluripotente (HSCs). Per effetto di queste lesioni precoci, la cui natura non è al momento chiara, il destino di questi progenitori viene orientato verso il lineage B linfocitario, con successiva selezione, per effetto della stimolazione antigenica, di elementi maturi della loro progenie che vanno incontro ad un’espansione prima oligoclonale, quindi monoclonale per accumulo di ulteriori lesioni genetiche (Fabbri G, 2016).

b) Ruolo della stimolazione antigenica

E’ noto che il clone trasformato nella LLC presenta un utilizzo preferenziale di alcune famiglie V, D e J (ad esempio VH1-69; VH4-34), che non riflette la frequenza di questi riarrangiamenti nella popolazione B-linfocitaria CD5 normale. Poiché queste sequenze, assemblate durante la maturazione B-linfocitaria intramidollare, formano la porzione variabile del gene Ig espressa in superficie come BCR, si può dedurre che alcuni antigeni sono in grado di ingaggiare i cloni esprimenti questi BCR favorendone l’espansione e la successiva trasformazione. Questo concetto è stato rafforzato dalla dimostrazione di “BCR stereotipati”, che presentano una identica sequenza che codifica per la porzione del BCR che lega l’antigene nota come “complementarity determining region” (CDR) (Caligaris-Cappio F, 2008 PubMed; Ghiotto F, 2004 PubMed; Tobin G, 2004 PubMed) . Vista la complessità degli eventi di ricombinazione che portano all’assemblaggio del BCR, la probabilità che due linfociti B normali possano avere casualmente un BCR stereotipato è dell’ordine di 10-12, mentre è stato osservato che fino al 30 % dei casi di LLC può mostrare questo fenomeno (Stamatopoulos K, 2007) PubMed. Tra gli antigeni in grado di ingaggiare il BCR nella LLC si annoverano gli elementi polisaccaridici batterici, il fattore reumatoide, il DNA, la cardiolipina, antigeni espressi sulle cellule apoptotiche (Caligaris-Cappio F, 2008) PubMed. Si è così affermato in questi ultimi anni il concetto di una relazione patogenetica tra stimolazione antigenica, spesso sostenuta da autoantigeni, e LLC17. In effetti è stata fornita una recente elegante dimostrazione di come una proteina, nota come “catena pesante della miosina non-muscolare” (non muscle myosin heavy chain), avente un ruolo nel movimento cellulare, possa essere esposta sulla superficie delle cellule apoptotiche e di come la maggior parte della LLC “non-mutate” possa riconoscere tramite i suoi anticorpi questo antigene (Chu CC, 2010) PubMed.

Esiste inoltre dimostrazione che il linfocito della LLC può mantenere la capacità di rispondere all’antigene a) andando incontro in vivo a switch di classe Ig (Malisan F, 1996) PubMed, , b) sviluppando nuove mutazioni del gene IGHV (Gurrieri C, 2002) PubMed, c) esprimendo l’enzima AID (Oppezzo P, 2003) PubMed, importante nel processo di ipermutazione somatica; d) modificando il profilo di espressione genica e attivando il ciclo cellulare (Guarini A , 2008) PubMedE’ interessante notare che queste caratteristiche sono più spiccate nei casi di LLC “non-mutate” CD38+ e ZAP-70+, rispetto alle altre LLC (Lanham S, 2003 PubMed; Chen L, 2002 PubMed). In effetti, nelle LLC “non-mutate”, il BCR-signaling è attivo, mentre nelle forme “mutate” è inattivo in seguito ad uno stato di anergia funzionale legato ad una protratta stimolazione antigenica, con conseguente desensibilizzazione del BCR stesso (Stevenson FK, 2004) PubMedQuesta condizione di “anergia” si associa ad uno specifico profilo di espressione di geni coinvolti nel signaling BCR-mediato (Muzio M, 2008) PubMed.

Il BCR signaling derivante dalla stimolazione antigenica comporta il coinvolgimento di una serie di molecole che regolano la vita del linfocito neoplastico (Burger JA, 2011) PubMedAlcune di queste molecole quali la Bruton tirosin chinasi (BTK) e la subunità delta della fosfatidil-inositol-3 chinasi (PI3K delta), rappresentano bersagli per terapie mirate di dimostrata efficacia (Foà R, 2013) PubMed.

Recentemente è stata inoltre dimostrata la capacità, esclusiva dei BCRs dei linfociti neoplastici in corso di LLC, di attivare la cascata di segnalazione intracellulare indipendentemente da una stimolazione antigenica (Dühren-von Minden M, 2012). Questa proprietà sembra essere strettamente dipendente dall’interazione delle regioni HCDR3 dei BCRs dei linfociti leucemici con specifici epitopi intrinseci degli stessi BCRs. Presumibilmente solo alcune sequenze HCDR3 e alcuni specifici epitopi intrinseci hanno questa peculiarità, il che potrebbe giustificare la selezione di un ristretto repertorio di BCRs ed il fenomeno dei recettori stereotipati. Pur non escludendo il probabile contributo di una selezione antigenica specifica, questa ipotesi fornisce una spiegazione alternativa, antigene-indipendente, del fenomeno, ed individua un potenziale nuovo target terapeutico nell’inibizione del signalling autonomo del BCR in pazienti con LLC (Dühren-von Minden M, 2012).

c) Turn-over cellulare

 Contrariamente a quanto ritenuto nel recente passato, la LLC non può essere oggi considerata una patologia da accumulo di linfociti che non vanno incontro ad apoptosi. I linfociti patologici mantengono la sensibilità ad alcuni stimoli pro-apoptotici mediati da Fas e dal legame di anticorpi anti IgM che ingaggiano il BCR (Chu P, 2002 PubMed; Zupo S, 2002 PubMed) e proliferano in vivo ad un ritmo pari allo 0,1-1% dell’intero clone ogni giorno (Messmer BT , 2005 PubMed). Il ritmo di divisione cellulare e di rinnovo è più elevato nella frazione cellulare CD38+ (Calissano C, 2009) PubMed.

d) Interazioni con il microambiente

Nei linfonodi dei soggetti con LLC esiste un comparto di “accumulo” costituito da piccoli linfociti ed un comparto, quello dei “centri di proliferazione”, ricco in paraimmunoblasti e prolinfociti, ove le cellule mostrano i caratteri dell’attivazione e vanno incontro a divisione cellulare. Queste strutture istologiche, che conferiscono un quadro pseudofollicolare al linfonodo della LLC, si rinvengono anche nei tessuti infiammati dei soggetti affetti da patologia autoimmune (Humby F, 2009) PubMed e richiamano il concetto del ruolo della stimolazione da parte di autoantigeni nella genesi della LLC. Nei centri di proliferazione i prolinfociti e i paraimmunoblasti sono a stretto contatto con linfociti T CD4 e cellule follicolari dendritiche. Nel comparto di “accumulo” i piccoli linfociti interagiscono con cellule stromali mesenchimali e con cellule “nutrici” (“nurselike cells”) differenziatesi da monociti circolanti, in un contesto di interazioni cellula-cellula che ne favorisce la sopravvivenza. In effetti, la stimolazione da parte del CD40 ha un ruolo nel mantenimento in vita del clone B-linfocitario, al pari dell’interazione con i linfociti T CD4, in grado di determinare la produzione di citochine anti-apoptotiche (IL4, IFN) (Ghia P, 2000) PubMed. L’importanza in vivo della presenza dei linfociti T CD4 è stata recentemente dimostrata in un modello murino immunodeficiente, in cui il trasferimento di cellule LLC dava origine alla malattia solo in presenza di linfociti T CD4 autologhi (Bagnara D, 2011). Le cellule T sono reclutate nel microambiente tumorale da chemochine prodotte dalle cellule leucemiche e ne favoriscono la sopravvivenza tramite interazioni cellulari, in particolare il legame CD40-CD40L. Le cellule leucemiche esprimono inoltre recettori inibitori e producono molecole solubili in grado di rendere inefficace l’attività delle cellule T CD4, CD8 ed NK e sfuggire così alla sorveglianza immunitaria (ten Hacken E, 2014)
Nella distribuzione e sopravvivenza delle cellule patologiche (Stevenson FK, 2004) PubMed giocano un ruolo importante a) alcune chemochine e loro recettori, espressi dal linfocito leucemico (CXCR3 e CXCR5), b) cellule del sangue periferico in grado di differenziarsi in cellule “nutrici” (“nurselike”), che favoriscono la sopravvivenza e la migrazione del linfocito all’interno degli spazi midollari attraverso lo stromal-derived growth factor (Burger JA,1999) PubMed,c) le cellule dendritiche, attraverso il CD44 e grazie all’induzione dell’espressione di una proteina BCL2 correlata (Mcl-1) (Pedersen IM, 2002) PubMedL’angiogenesi può giocare un ruolo nelle fasi di accelerazione della malattia o nei sottogruppi più aggressivi, ove si riscontrano livelli serici più elevati di VEGF (Molica S, 2002 PubMed; Maffei R, 2010 PubMed).

e) Lesioni citogenetico-molecolari

– geni microRNA e TCL1
Nella LLC non è ad oggi nota la lesione genetica primaria in grado di innescare il processo di trasformazione, ma sono disponibili numerose informazioni su una serie di lesioni che governano il processo di trasformazione (Figura II).

Cuneo_leucemia_linfatica_cronica_Figura_2

Figura II. Stimolazione antigenica e lesioni citogenetico-molecolari nella patogenesi della LLC

Sono stati localizzati due geni codificanti per microRNA (i.e miR-15 e miR-16) nella regione 13q14, deleta in un 40-50% delle LLC. Questi geni mostrano ridotta espressione in seguito a delezione nella LLC (Calin GA, 2002) PubMed e, in queste condizioni, può risultare alterata l’espressione di geni che controllano la progressione del ciclo cellulare nei linfociti B, in particolare il gene antiapoptotico BCL-2. In effetti, la delezione di miR-15 e miR-16 nel topo determina l’insorgenza di un’espansione clonale di linfociti B che presenta le caratteristiche biologiche della LLC. La proliferazione linfoide è più marcata e aggressiva se la delezione coinvolge, oltre ai suddetti geni a microRNA, il gene DLEU2 che mappa nella stessa regione (Klein U, 2010) PubMedLa concomitante delezione di DLEU7, posizionato all’interno della regione di minima delezione, può contribuire alla patogenesi per la perdita/riduzione della sua fisiologica funzione di inibizione di NF-kB (Palamarchuk A, 2010) PubMed.
Nella LLC, inoltre, vi è una consistente overespressione del gene TCL1 che mappa a livello della banda 14q32.1, determinata da un meccanismo di demetilazione del promotore (Yuille MR, 2001) PubMed e/o da due geni a microRNA, miR-29 and miR-181 (Efanov A, 2010) PubMedEsiste la documentazione che il topo transgenico per un costrutto che contiene l’enhancer del gene Ig ed il gene TCL1 sviluppa un’espansione clonale B-CD5+, che con il passare del tempo assume le caratteristiche della LLC (Bichi R, 2002) PubMedAnalogamente, il topo transgenico che iperesprime miR-29 nei linfociti B, può sviluppare la LLC (Santanam U, 2010) PubMedIl ruolo di TCL1 nella patogenesi della LLC è mediato dalla riduzione dell’attività della DNA metiltansferasi 3A con conseguente diminuzione della metilazione del DNA (Palamarchuk A, 2012) PubMed.
La famiglia dei miR-34 (miR-34a, miR-34b, miR-34c) risulta frequentemente ipoespressa nella LLC. Questi geni a miRNA sono target trascrizionali diretti di p53 e sono coinvolti nel pathways dell’apoptosi p53-mediata. Ridotti livelli di miR-34, associati o meno a del17p/ mutazione TP53 o a delezione 11q (ove sono situati i geni che codificano per miR-34b e miR34c) si associano a forme di malattia più aggressiva (Bottoni A, 2014).
Il profilo di espressione di numerosi altri miRNA (tra i quali miR21, miR181, miR155) riveste un ruolo prognostico nella LLC (Bottoni A, 2014).
Studi recenti hanno dimostrato come diversi microRNA siano implicati a vario livello anche nella via di segnalazione del BCR e nelle interazioni con il microambiente (Balatti V, 2015), con un ruolo di regolazione della proliferazione e apoptosi delle cellule leucemiche che viene attualmente studiato come possibile target terapeutico (Bottoni A, 2016).

Mutazioni geniche ricorrenti
Il sequenziamento del genoma di pazienti affetti da LLC (Puente XS, 2011 PubMed; Fabbri G, 2011 PubMed)

ha dimostrato che la LLC si associa a mutazioni di tipo non-silente di numerosi geni, in grado di alterare la funzione delle corrispondenti proteine. Queste mutazioni appaiono più frequenti delle lesioni che comportano perdita o guadagno di materiale genico e sono in genere variabili da paziente a paziente pur potendosi individuare alcuni pathways comunemente coinvolti: regolazione del ciclo cellulare e apoptosi, risposta al danno del DNA, processazione del RNA, vie di segnalazione intracellulare (Fabbri G, 2016). Alcune di queste lesioni sono ricorrenti:

  • Regolazione del ciclo cellulare e risposta al danno del DNA: oltre alle lesioni di TP53, trattate nel paragrafo 17p-, e di ATM, trattate nel paragrafo 11q-, tra i geni coinvolti nella riparazione/protezione del DNA è risultato mutato in maniera ricorrente POT1, codificante una componente del sistema di mantenimento dei telomeri e mutato in circa il 3% dei pazienti con LLC, tutti appartenenti al sottogruppo con IGHV non mutato (Fabbri G, 2016).
  • Vie di segnalazione intracellulare: le lesioni di NOTCH1, presenti nel 10-15% dei casi, comportano l’accumulo di un’isoforma attiva della proteina che è in grado attivare il signalling intracellulare NOTCH1-correlato. I pazienti con questa mutazione presentano in genere una malattia relativamente aggressiva, associata al frequente sviluppo di farmacoresistenza e alla possibile tendenza all’evoluzione in sindrome di Richter. Le mutazioni di NOTCH1 sono più frequenti nei pazienti con IGHV non mutato e con la trisomia 12 (Del Giudice I, 2012 PubMed; Balatti V, 2012 PubMed).
  • Oltre alla mutazione del gene stesso, multiple lesioni genetiche ricorrenti in pazienti con LLC sembrano convergere sull’attivazione della via di NOTCH1, in particolare la mutazione inattivante di FBXW7, il cui prodotto interviene nella degradazione della proteina NOTCH1, e una mutazione nella regione non codificante 3’ UTR di NOTCH1 che ne altera lo splicing (Puente XS, 2015; Fabbri G, 2016). L’effettiva incidenza della deregolazione della via di NOTCH1 nella LLC potrebbe quindi essere sottostimata.
  • Diverse mutazioni ricorrenti nella LLC si traducono invece nell’attivazione del complesso trascrizionale NF-kB. BIRC3 codifica per una proteina che down-regola il signalling di NF-κB e presenta mutazioni inattivanti nel 20% circa delle LLC chemio-refrattarie. La frequenza di queste mutazioni è bassa (<5%) nelle fasi iniziali della malattia (Rossi D, 2012). Le lesioni di MYD88, rinvenute nel 5% dei casi e con maggior frequenza nelle LLC con geni IGHVmutati,  comportano la deregolazione di multipli pathways di segnalazione intracellulare con attivazione di target diversi tra cui NF-kB e STAT3 (Fabbri G, 2016). In una piccola frazione di pazienti (1-3%), accomunati da un decorso aggressivo, risulta invece inattivato il gene NFKBIE che codifica un regolatore negativo diretto (IkBe) di NF-kB (Mansouri L, 2015).
  • Processazione RNA: Nel 5% delle LLC alla diagnosi si ritrovano mutazioni del gene SF3B1, che codifica per una proteina coinvolta nello splicing del RNA. Le conseguenze della mutazione di SF3B1 nella patogenesi della LLC sono state recentemente studiate con un’analisi trascrittomica che ha dimostrato l’alterazione di meccanismi di riparazione del DNA, di mantenimento delle sequenze telomeriche e, nuovamente, del signalling di NOTCH1 (Wang L, 2016). Queste mutazioni sono più frequenti nelle LLC con 11q- (Wang L, 2011) PubMed, si associano ad uno stadio più avanzato, allo stato non mutato dei geni IGHV e alla positività per ZAP70 (Quesada V, 2011) PubMed. Anche questa lesione, al pari delle mutazioni di NOTCH1 si rinviene più frequentemente nelle LLC chemiorefrattarie (Rossi D, 2011) PubMed.

E’ interessante notare come le mutazioni di TP53NOTCH1SF3B1 e BIRC3 siano nella maggior parte dei casi mutualmente esclusive nei casi di LLC refrattari alla fludarabina, per cui è ragionevole ipotizzare che oltre a TP53, le vie del signaling di NOTCH1 ed NF-κB e il sistema dello splicing possano giocare un ruolo indipendente nella genesi della chemiorefrattarietà.

Il progresso delle tecniche di sequenziamento del DNA (next generation sequencing) ne ha consentito l’applicazione su grandi coorti di pazienti (Puente XS, 2015; Landau DA, 2015). Il sequenziamento dell’intero genoma codificante in 538 casi di LLC (Landau DA, 2015) ha individuato mutazioni ricorrenti a carico di due ulteriori pathways con ruolo patogenetico importante: i geni PTPN11 e FUBP1 sono modulatori dell’attività di MYC, mentre le mutazioni di NRAS, KRAS e BRAF implicano il coinvolgimento della via di segnalazione MAPK-ERK. Le lesioni ricorrenti di RPS15, coinvolto nel processo di splicing, e di IKZF3, fattore di trascrizione essenziale per lo sviluppo dei linfociti B, si sono rivelate mutazioni “driver” precedentemente non note nella patogenesi della malattia (Landau DA, 2015). Un dato estremamente interessante è emerso dal sequenziamento su larga scala (506 pazienti) anche delle regioni non codificanti del genoma dei casi di LLC, con l’identificazione di mutazioni ricorrenti in queste sequenze in grado di modificare l’espressione di geni codificanti. Le più rilevanti sono la mutazione ricorrente della regione 3’ UTR di NOTCH1, che ne altera il processo di splicing con delezione del dominio PEST e incremento della stabilità della proteina, e la mutazione a carico di una regione enhancer del cromosoma 9p13, che si associa ad una ridotta espressione del fattore di trascrizione PAX5, essenziale nel differenziamento B-linfocitario (Puente XS, 2015).

– Telomeri
I telomeri sono costituiti da sequenze ripetute di DNA che conferiscono stabilità alla struttura dei cromosomi. Con l’invecchiamento della cellula ed in seguito ai cicli replicativi a cui questa va incontro si assiste ad un accorciamento dei telomeri, che viene normalmente limitato dall’attività delle telomerasi. Nella LLC i telomeri dei linfociti patologici sono più corti rispetto ai linfociti B normali di soggetti di pari età e sesso. Inoltre l’accorciamento dei telomeri è più spiccato nelle LLC “non-mutate”, nelle quali si rinviene anche una maggiore attività telomerasica (Damle RN, 2004 PubMed; Grabowski P, 2005 PubMed, e si associa ad una prognosi sfavorevole e ad un’aumentata probabilità di sviluppare la sindrome di Richter  (Rossi D, 2009) PubMedQueste osservazioni indicano come la storia replicativa della LLC sia differente a seconda dello stato mutazionale dei geni Ig e come nei casi più aggressivi vi sia stato uno stimolo proliferativo nelle fasi di emergenza del clone neoplastico in grado di indurre numerosi cicli di attivazione e replicazione con accorciamento, disfunzione e fusione dei telomeri e conseguente insorgenza di esteso danno del genoma (Lin TT, 2010) PubMed.
Un recente lavoro di sequenziamento del genoma in pazienti con LLC familiare ha dimostrato la presenza di mutazioni germline proprio a carico di geni coinvolti nel mantenimento dei telomeri (in particolare POT1), sottolineando come la disregolazione di questi fini meccanismi di protezione del DNA svolga un ruolo chiave nella patogenesi della LLC (Speedy HE, 2016).

Anomalie citogenetiche

L’introduzione della FISH ha permesso l’individuazione di aberrazioni cromosomiche in circa l’80% dei casi di LLC e ogni paziente viene oggi incluso in uno specifico gruppo in base a una classificazione citogenetica gerarchica che attribuisce importanza decrescente alle seguenti lesioni: 17p- > 11q- > +12 > 13q-. I risultanti gruppi citogenetici hanno una frequenza diversa a seconda dello stadio di malattia, come riportato in Tabella II.

Cuneo_leucemia_linfatica_cronica_Tabella_2

Tabella II. Frequenza (% di casi) di aberrazioni cromosomiche alla FISH, di lesioni genetiche e stato mutazionale IGHV in >4000 casi di LLC arruolati nei protocolli del GCLLSG (*)

Recentemente, l’introduzione di una stimolazione efficace delle mitosi mediante oligonucleotidi e IL2 ha mostrato che approssimativamente il 30% delle LLC senza difetti cromosomici mediante analisi FISH in interfase può presentare una lesione cromosomica nel cariotipo all’analisi citogenetica e come questi pazienti “FISH normali” con anomalie citogenetiche nel cariotipo abbiano una prognosi sfavorevole (Rigolin GM, 2012) PubMedInoltre, è stato dimostrato con questa tecnica che cariotipi complessi potevano essere documentati in una significativa frazione dei casi in associazione con fattori prognostici e quadro clinico sfavorevole (Haferlach C, 2007 PubMed; Rigolin G, 2015). Un quadro riassuntivo del significato delle principali lesioni citogenetiche è presentato in Tabella III.

Tabella III: Significato clinicobiologico dei difetti cromosomici ricorrenti nella LLC

Nuove sottili aberrazioni sono state identificate mediante sensibilissime tecniche di scansione dell’intero genoma, grazie alla quale sono state documentate lesioni genetiche in virtualmente tutti i casi di LLC (Grubor V, 2009) PubMed.

13q-

A cura di: Danilo G. Faraci, Antonio Cuneo, Ematologia, Università di Ferrara

La delezione 13q14 è la più frequente anomalia citogenetica nella LLC e viene identificata alla FISH in più del 50% dei casi. Questa delezione è stata descritta come eterozigote in approssimativamente il 75-80% dei casi e omozigote nel restante 20-25%. Studi molecolari hanno dimostrato che la regione comunemente deleta comprende 790 kb tra i marcatori D13S1150 e D13S25.
Pekarsky et al (Pekarsky Y e Croce CM, 2015) hanno individuato tra i geni target della delezione 13q14, un cluster di 30 kb tra gli esoni 2 e 5 del gene DLEU2 codificante per due microRNA (miR-15a/miR-16-1) in grado di regolare la funzione di molteplici oncogeni, principale dei quali risulta essere BCL-2. Tale proteina, nella maggioranza dei casi di LLC, risulta overespressa, facendo intendere pertanto la funzione oncosoppressoria di miR-15a e miR-16-1. La delezione di questi geni per microRNA è stata recentemente confermata da altri ricercatori che hanno utilizzato CGH array ad alta risoluzione in 58 casi di LLC (Buhl AM, 2006) PubMed.
Nel 2010, Klein et al (Klein U, 2010) hanno evidenziato che, se nel topo transgenico la delezione è ampia, coinvolgendo sia il cluster miR-15/16-1 che altri loci mappati su DLEU2, anche la malattia assume un decorso più grave, con una proliferazione linfoide più marcata ed aggressiva.
La categoria di pazienti che non presentano altre anomalie cromosomiche associate alla delezione 13q14 è quella a prognosi più favorevole con intervallo tra diagnosi e inizio del trattamento e sopravvivenza superiori rispetto alla LLC con cariotipo normale.
Tuttavia alcune differenze in termini di predittività del decorso clinico sono state osservate in rapporto a, i) delezione eterozigorte o omozigote, ii) grandezza del clone con delezione, iii) ampiezza delle delezione.
Garg R et al, 2012 hanno dimostrato che i pazienti con delezione eterozigote e quelli con delezione omozigote presentano un andamento clinico sovrapponibile. Tale evidenza smentirebbe precedenti ipotesi secondo le quale i pazienti omozigoti potrebbero presentare una maggiore cinetica di crescita linfocitaria rispetto agli eterozigoti.
Individui con un’alta percentuale di cellule con nuclei deleti sembrano avere un decorso più aggressivo della malattia, rientrando a tutti gli effetti nella categoria di rischio citogenetico intermedio (Van Dyke DL, 2010).
Dal Bo et al (Dal Bo M, 2011) hanno stabilito come cut-off il 70% di nuclei del clone con delezione 13q14, e hanno diviso i casi di LLC del loro studio in quattro sottogruppi: pazienti con <70% nuclei 13q- con delezione non comprendente RB1, pazienti con <70% nuclei 13q- con delezione comprendente RB1, pazienti con >70% nuclei 13q- con delezione non comprendente RB1, e pazienti con >70% nuclei 13q- con delezione comprendente RB1. Di questi, solo il primo gruppo manteneva una prognosi favorevole, mentre gli altri tre presentavano un decorso clinico simile alla LLC con cariotipo normale, con diminuzione di TFT e OS. La delezione di oltre il 70% di nuclei delle cellule del clone appare quindi come un marker indipendente di progressione, con impatto maggiore rispetto all’ampiezza della delezione stessa. Tale dato veniva confermato da Van Dyke et al (Van Dyke DL, 2016), (dimostrando che i pazienti aventi >85% nuclei 13q- presentano un’evoluzione clinica peggiore, con TFT sovrapponibile a quelli aventi cariotipo normale o trisomia 12.
La minima regione deleta (MDR) del 13q include i loci DLEU2/MIR15A/MIR161, mentre nei casi con ampia delezione il segmento perso può comprendere anche il gene RB1 (banda 13q14.1-q14.2). Xiong et al (Xiong W, 2015) hanno dimostrato, mediante l’utilizzo di sonde specifiche per MDR e RB1 alla FISH, che i pazienti aventi un’ampia delezione presentano TFT e OS nettamente più brevi rispetto ai pazienti aventi minima delezione. Tale dato veniva invece contraddetto dai ricercatori canadesi della British Columbia, i quali hanno evidenziato almeno 9 possibili combinazioni di delezione 13q14 a seconda dei geni deleti e della presenza dell’alterazione in entrambi gli alleli o meno. Più comunemente l’ampia delezione risulta monoallelica (55%), fattore che potrebbe spiegare l’impatto non significativo del coinvolgimento del gene RB1 nell’outcome dei pazienti (Huang SJ, 2016). Pure Haferlach et al (Haferlach C, 2012) hanno dimostrato che l’ampia delezione non influisce negativamente sul TFT. Data la discrepanza dei risultati ottenuti finora dai diversi studi, pertanto il significato prognostico dell’ampiezza della delezione 13q14 risulta poco chiaro e rimane ad oggi un’interessante questione scientifica.
In conclusione, il gruppo di pazienti con 13q- isolata parrebbe essere non omogeneo, in quanto recenti studi hanno messo in evidenza che la percentuale di cellule del clone che presentano nuclei deleti sia in grado di influenzare il decorso e la prognosi della malattia, con la conseguente necessità di ridefinirne il rischio in base a tale parametro. Per quanto riguarda l’ampiezza della delezione stessa, ulteriori studi sono necessari. Risulta evidente che l’implicazione clinica della delezione 13q14 assume quindi un significato più complesso di quanto originariamente attribuitogli.

Trisomia 12

A cura di: Carmine Liberatore, Antonio Cuneo – Ematologia Università di Ferrara

La trisomia del cromosoma 12  si riscontra nel 15% circa dei pazienti con LLC e rappresenta la più frequente acquisizione di materiale cromosomico (Strefford JC, 2015). Insieme alla del 13q14, è una delle anomalie cromosomiche più precoci nella patogenesi della LLC e permane stabilmente nel decorso della malattia (Foà R, 2013).
La trisomia 12 è spesso associata a varianti morfologiche di LLC (LLC atipica e LLC/PLL) (Strefford JC, 2015; Scarfò L, 2016).
Oltre la trisomia del cromosoma 12, sono riportati casi di LLC con trisomia parziale, secondaria a duplicazione di segmenti cromosomici compresi tra le bande 12q13 e 12q22.
Nella regione 12q13-15 è localizzato il gene MDM2, il cui prodotto aumenta il legame di TP53 all’ubiquitina, provocandone la degradazione. In tal modo, l’iperespressione di MDM2 determina una riduzione nella capacità di TP53 di arrestare il ciclo cellulare e di indurre l’apoptosi a seguito di un danno al DNA, esitando in una minore sensibilità delle cellule leucemiche alla chemioterapia e in una maggiore farmacoresistenza. Nella regione 12q22 mappa il gene CLLU1, che risulta upregolato nella LLC con decorso clinico aggressivo (Strefford JC, 2015; Shahjahani M, 2015).
Secondo l’originale classificazione citogenetica gerarchica della LLC, la trisomia 12 viene classificata come lesione a prognosi intermedia (Scarfò L, 2016).
Ad oggi, con l’impiego della chemio-immunoterapia, la presenza isolata di trisomia 12 risulta associata ad una buona risposta alla chemio-immunoterapia e ad una più lunga sopravvivenza rispetto all’impiego della sola chemioterapia (OS a 10 anni del 70% circa) (Strefford JC, 2015; Foà R, 2013). I migliori risultati ottenuti con l’impiego della chemio-immunoterapia sono probabilmente legati all’elevata espressione di CD20 sulle cellule leucemiche, nei casi che non presentano mutazioni di NOTCH1 associate (Strefford JC, 2015; Shahjahani M, 2015).

La trisomia del cromosoma 12 presenta una peculiare associazione (24-28%) con le mutazioni del gene NOTCH1 (approfondimenti nella sezione “patogenesi”), associazione che risulta particolarmente elevata nelle LLC con trisomia 12 e IGHV non mutato (41,9%) (Strefford JC, 2015; Del Giudice I, 2012; Balatti V, 2012; Scarfò L, 2016). La trisomia 12 associata a mutazione di NOTCH1 identifica un sottogruppo di pazienti con malattia biologicamente più aggressiva, maggiore tendenza allo sviluppo di farmacoresistenza e all’evoluzione in sindrome di Richter. Il rischio di evoluzione in sindrome di Richter risulta particolarmente elevato quando la trisomia 12 si associa all’utilizzo del recettore IGHV 4-39 con la HCDR3 stereotipata (Rossi D et al, 2009b). Clinicamente, nei pazienti con trisomia 12 e mutazione di NOTCH1, l’utilizzo di rituximab in associazione a fludarabina e ciclofosfamide non ha determinato gli stessi benefici osservati per la trisomia 12 isolata, con una prognosi peggiore e una minore sopravvivenza globale  in risposta alla chemio-immunoterapia (OS a 10 anni 21-45%) (Foà R, 2013; Shahjahani M, 2015; Del Giudice I, 2012; Scarfò L, 2016).

11q-

A cura di: Antonio Urso, Antonio Cuneo – Ematologia Università di Ferrara

Questa anomalia può essere individuata nel 7-25% dei casi a seconda dello stadio della malattia.
I pazienti con 11q- mostrano in genere una malattia contrassegnata da adenopatie estese (comprese masse bulky) e, negli studi iniziali, presentavano un’età mediana inferiore ai 60 anni con un intervallo libero da trattamento e una sopravvivenza più brevi rispetto ad altre LLC (Döhner H, 1997) PubMed.
Da un punto di vista biologico i casi di LLC con 11q-, si associano a stato mutazionale IGHV non mutato, CD38+ (Dewal GW, 2003), oltre che instabilità genomica, come dimostrato dallo sviluppo di alterazioni cromosomiche aggiuntive mediante analisi del cariotipo (Fegan C, 1995) PubMed.

Il segmento comunemente deleto include il gene dell’atassia teleangectasia (ATM) che è coinvolto nel processo di trasduzione del segnale attivato in risposta a rotture del DNA. Il rimanente allele ATM è mutato in circa il 30% delle LLC con 11q-, l’inattivazione del secondo allele ATM si associa ad un ulteriore riduzione della sopravvivenza (Austen B, 2007).
Inoltre il segmento comunemente deleto comprende nella maggioranza dei casi (80-90%) il gene BIRC3 (regolatore negativo della via alternativa di signaling NF-kB), mentre solo una piccola percentuale presenta mutazioni di BIRC3. A differenza di ATM la presenza di delezioni o mutazioni a carico di BIRC3 non sembrerebbe alterare la prognosi delle LLC 11q- (Rose-Zerilli MJ, 2014).

Secondo alcuni autori sarebbe possibile stratificare le LLC 11q- sulla base della percentuale di positività della FISH per tale lesione citogenetica, permettendo di individuare in pazienti non trattati chi presenterà un intervallo libero da trattamento, sopravvivenza e risposta al trattamento migliore nonostante la presenza della 11q- (Marasca R, 2013; Jain P, 2015).

In diversi trial clinici la presenza di 11q- si associava a percentuali di risposta completa più bassa e a una breve sopravvivenza libera da progressione (Catovsky D, 2007 PubMed; Grever MR, 2007 PubMed; Eichhorst BF, 2006 PubMed). Tuttavia, l’aggiunta di rituximab alla tradizionale chemioterapia con fludarabina e ciclofosfamide nei pazienti più giovani ha migliorato la percentuale di risposta completa e la sopravvivenza libera da progressione (Tsimberidou AM, 2009 PubMed; Hallek M, 2010 PubMed) e vi è evidenza non ancora consolidata che il trapianto di midollo osseo allogenico con condizionamento a ridotta intensità potrebbe superare l’impatto prognostico sfavorevole dell’11q- nella LLC (Sorror ML, 2008) PubMed. Negli studi più recenti, anche grazie all’introduzione di regimi di chemio-immunoterapia efficaci, il valore prognostico avverso della delezione 11q è risultato di minore importanza, essendo mantenuto nell’analisi del gruppo cooperatore tedesco (Pflug N, 2014) ed assente perché superato da altri marcatori più riproducibili nell’International prognostic index (International CLL-IPI working group, 2016).

17p-/TP53 mutato

A cura: di Maurizio Cavallari, Antonio Cuneo – Ematologia Università di Ferrara

Il gene oncosoppressore TP53, sito al locus 17p13, codifica per la proteina p53. Una mutazione a carico di TP53 ovvero la delezione 17p13 (aploinsufficienza) determinano la perdita della funzione della proteina p53. Questa condizione ha come ripercussione la perdita del controllo del ciclo cellulare, a causa del ruolo di sorveglianza che p53 svolge sul processo di replicazione del DNA. La funzione di p53 si esplica in caso di danno al DNA, venendo attivata attraverso ATM e determinando l’arresto del ciclo cellulare e l’apoptosi (Berger AH, 2011).
In corso di LLC la del17p13 è spesso associata ad una mutazione inattivante dell’allele TP53 residuo, mentre la mutazione a carico di TP53 può avvenire indipendentemente dalla del17p13 e determinare l’obsolescenza di p53 attraverso un effetto dominante negativo oppure attraverso un processo di duplicazione di un segmento cromosomico contenente TP53 mutato (disomia uniparentale) (Zenz T, 2008).
Le anomalie della via di TP53 sono alla base della resistenza all’apoptosi e della instabilità genetica, per cui i pazienti portatori di del17p13 hanno spesso anomalie cromosomiche complesse e molteplici lesioni genetiche (Stilgenbauer S et al, 2014; Haferlach C et al, 2007; Herling CD et al, 2016). L’impatto prognostico sfavorevole sulla OS della del17p13 è stato ben documentato oltre 20 anni fa da Dohner et al (Dohner H et al, 1995) ed un ruolo simile è stato definito per la mutazione di TP53 indipendentemente dalla presenza della del17p13 (Gonzalez D et al, 2011; Zenz T et al, 2010; Rossi D et al, 2009b). Piccoli cloni recanti la mutazione a carico di TP53 (<20% delle cellule), studiati mediante tecniche di next generation sequencing, sono stati riconosciuti parimenti responsabili di un peggiore outcome (Rossi D et al, 2014). Numerosi lavori sono concordi nel definire un impatto sfavorevole sui principali indicatori di outcome (PFS, OS) sia della del17p13 che della mutazione di TP53 in relazione al trattamento con alchilanti, analoghi purinici ed anti-CD20 indipendentemente dalla presenza di M-IGHV e di uno stadio precoce (Martinelli S et al, 2016). Le anomalie di TP53 sono state associate inoltre ad elevata probabilità di chemiorefrattarietà (Dohner H et al, 1995; Zenz T et al, 2010; Oscier D et al, 2010) e ad un aumentato rischio di progressione nel contesto di pazienti con LLC recidiva/refrattaria trattata con inibitori del pathway del BCR (Byrd JC et al, 2013; Woyach JA et al, 2014).
La forza dell’impatto prognostico sfavorevole delle mutazioni di TP53/del17p13 è stata universalmente accettata, e recentemente inserita nel sistema di stratificazione prognostica CLL-IPI (International CLL-IPI working group, 2016). Questo ha avuto notevoli ripercussioni sulla scelta terapeutica già alla I linea di trattamento, in quanto la presenza di mutazioni di TP53/del17p13 suggerisce di evitare trattamenti chemio-immunoterapici e di prediligere trattamenti che sfruttino un meccanismo citotossico p53-indipendente (NCCN, 2017; Cramer P et al, 2016). L’impiego dei nuovi inbitori del pathway del BCR e degli anti-BCL2 hanno apportato un significativo incremento delle risposte al trattamento nei pazienti portatori delle mutazioni di TP53/del17p13 mitigando l’impatto su PFS ed OS di queste aberrazioni (Byrd JC et al, 2015; Furman RR et al, 2014; Roberts AW et al, 2016).

Evoluzione clonale nella LLC

A cura di: Sara Martinelli

Moderne metodiche di sequencing hanno documentato come alcune lesioni possano rappresentare eventi “primari” (driver) coinvolgenti l’intera popolazione clonale (13q-, +12, mutazioni di NOTCH1 o di MYD88), mentre altre (17p-/mutazioni TP53, 11q-/mutazioni di ATM, mutazioni SF3B1) spesso rappresentano lesioni che compaiono con l’evoluzione clonale (Puente XS, 2013) PubMedE’ noto che una frazione di LLC acquisisce anomalie cromosomiche durante la storia naturale della malattia. In uno studio prospettico (Stilgenbauer S, 2007 PubMed; Goldin LR, 2007 PubMed) 11 pazienti su 64 (17%) seguiti per una mediana di 42 mesi hanno mostrato evoluzione clonale con una del(17)(p13) in 4 casi, del(6)(q21) in 3 casi, del(11)(q23) in 2 casi, +(8)(q24) in 1 caso ed evoluzione da 13q- eterozigote a omozigote in tre casi. La comparsa tardiva di 11q- nella LLC è stata associata con l’evoluzione della malattia (Cuneo A, 2002) PubMed. Un recente studio di sequenziamento dell’intero esoma eseguito su un’ampia coorte di pazienti alla diagnosi e poi alla recidiva ha dimostrato come l’evoluzione clonale post-terapia rappresenti la regola piuttosto che l’eccezione nella LLC: nel 30% dei casi il clone predominante alla recidiva era già identificabile a livello subclonale prima del trattamento e in una buona parte dei restanti casi era comunque possibile individuare precocemente, con analisi mirate di deep sequencing, almeno una delle lesioni genetiche “driver” della recidiva (Landau DA et al, 2015). Pertanto l’analisi dell’architettura clonale della malattia  pre-terapia può anticipare l’evoluzione delle lesioni genetiche alla recidiva. Lo stesso lavoro ha evidenziato come la trisomia 12, del(13q) e del(11q), considerate eventi primari precoci, tendano a rimanere stabilmente clonali anche alla recidiva nonostante pattern complessi di evoluzione clonale; al contrario le mutazioni di TP53 e la del(17p), in genere subclonali all’esordio, risultano nettamente più rappresentate alla recidiva testimoniando un vantaggio di sopravvivenza sotto la spinta selettiva esercitata dalla terapia. Lo stesso vantaggio selettivo non è stato documentato per altre lesioni “tardive” quali le mutazioni di SF3B1 e ATM (Landau DA et al, 2015). Nello stesso paziente può esserci una eterogeneità clonale tra il sangue periferico ed il microambiente linfonodale; quest’ultimo può contribuire alla selezione di anomalie genetiche sfavorevoli che possono poi apparire anche nel sangue periferico alla recidiva (Del Giudice I et al, 2016).

Diagnosi

La LLC viene oggi diagnosticata nella maggior parte dei casi in occasione di esami del sangue routinari che dimostrano la presenza di >5 X 109/l linfociti nel sangue periferico. Una minoranza dei casi mostra già alla diagnosi un quadro clinico conclamato con adenopatie e/o splenomegalia, segni di insufficienza midollare secondaria a diffusione della malattia, sintomi sistemici e, raramente, localizzazioni extranodali (vide infra). Dopo aver escluso la presenza di infezioni in grado di determinare linfocitosi reattiva (Tabella IV), si procede con gli esami di laboratorio necessari per la diagnostica differenziale dei disordini linfoproliferativi cronici (Tabella V), o con la rara linfocitosi B persistente policlonale (Salcedo I, 2002) PubMed, condizione più frequente nelle giovani donne fumatrici che presenta tendenza alla distribuzione famigliare. Fondamentali sono l’analisi morfologica dello striscio di sangue periferico che mostra piccoli linfociti a cromatina addensata (Figura III) e le ombre di Gumprecht, che rappresentano linfociti rotti durante la preparazione dello striscio a causa di una loro intrinseca fragilità determinata dalla riduzione della proteina del citoscheletro vimentina (Nowakowski GS, 2010) PubMed.

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Tabella IV: Condizioni associate a linfocitosi reattiva

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Tabella V: Caratteristiche di laboratorio distintive dei disordini linfoproliferativi cronici.

Figura III. a) LLC tipica. Si noti la presenza di piccoli linfociti con ombre di Gumprecht (*); b) LLC atipica (mixed-cell type). Si noti la presenza di una maggioranza di piccoli linfociti e di un grande linfocito (**).

L’analisi immunofenotipica consente di porre una diagnosi di certezza in presenza di una espansione di elementi CD19+, CD5+, CD23+, con CD22 e/o CD79b debolmente positivo e debole espressione delle immunoglobuline di superficie (sIg) associata a restrizione delle catene leggere (rapporto K/ >3 o <3) e negatività per FMC7. E’ utile l’applicazione dello score immunofenotipico che, attribuendo 1 punto a CD5+, CD23+, CD22/CD79b+ debole, sIg+ debole e FMC7-, identifica in presenza di uno score ≥3 oltre il 95% dei casi di LLC (Matutes E, 1994 PubMed; Moreau EJ, 1997) PubMed, permettendone la distinzione rispetto alle altre sindromi linfoproliferative (Tabella V).

La diagnostica viene completata con le indagini indicate in Tabella VI, necessarie per una corretta stadiazione, la stratificazione in gruppi a prognosi distinta e per una corretta programmazione della terapia.

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Tabella VI: Valutazione diagnostica nella LLC

Clinica

a) Manifestazioni principali

Circa il 70% dei pazienti viene diagnosticato in seguito ad esami ematici routinari che dimostrano linfocitosi asintomatica, con obiettività negativa o con adenopatie diffuse a poche sedi (Johnson JB , 2009). Può essere presente già alla diagnosi ipogammaglobulinemia. Negli stadi intermedi compaiono, nelle principali sedi superficiali, adenopatie non dolenti, di consistenza parenchimatosa, non dura, associate o meno a splenomegalia. Gli stadi avanzati contemplano, per definizione, la presenza di anemia o piastrinopenia secondarie a infiltrazione midollare. Le stadiazioni di Rai e di Binet (Rai KR, 1975 PubMed; Binet JL, 1981 PubMed) sono riassunte nella Tabella VII, ove è anche riportata la sopravvivenza media nei diversi stadi di malattia. 

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Tabella VII: Classificazione di Rai e di Binet

E’ importante escludere la natura autoimmune dell’anemia e della piastrinopenia prima di assegnare un paziente allo stadio III-IV di Rai o C di Binet (Oscier D, 2004) PubMed in quanto è noto che la prognosi degli stadi avanzati è migliore se la citopenia è di origine autoimmune piuttosto che da infiltrazione midollare (Zent CS, 2008) PubMedLe moderne terapie citostatiche e di supporto, unite al miglioramento delle condizioni generali di salute della popolazione adulta, hanno determinato un significativo allungamento dell’aspettativa di vita negli stadi avanzati rispetto ai dati storici (Shanafelt TD, 2009 PubMed; Abrisqueta P, 2009 PubMed; Kristinsson SY, 2009 PubMed).

I sintomi, quando presenti, possono essere riferiti alla presenza di adenopatie massive o di imponente epatosplenomegalia e alla presenza di insufficienza midollare con segni legati all’anemia o alla piastrinopenia. Può manifestarsi astenia non associata ad anemia significativa. Sintomi sistemici, quali febbre >38°C senza cause apparenti, dimagramento >10% di peso corporeo, sudorazione profusa, prurito, dolori muscolari sono presenti alla diagnosi in una minoranza dei casi, mentre possono comparire più frequentemente nelle fasi avanzate di malattia e/o di resistenza al trattamento. La malattia può esordire con complicanze infettive, espressione di deficit del sistema immunitario legato alla malattia e alle terapie. L’anemia emolitica autoimmune può comparire in qualunque fase della malattia; in generale la disregolazione del sistema immunitario, incentrata sui meccanismi presentati in Tabella VIII, può manifestarsi con le patologie a genesi autoimmune elencate in Tabella IX (Dearden C, 2008) PubMed.

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Tabella VIII: Difetti immunitari nella leucemia linfatica cronica (LLC).

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Tabella IX: Complicanze autoimmuni nella leucemia linfatica cronica (LLC).

b) Quadro evolutivo

– Infezioni.

I pazienti sono soggetti ad infezioni recidivanti negli stadi avanzati anche in relazione ai moderni trattamenti che includono analoghi delle purine ed anticorpi monoclonali. I quadri più frequenti sono sostenuti da Streptococcus pneumoniaeStaphylococcus ed Haemophilus influenzae. L’Herpes zoster è frequente e, con l’introduzione di nuovi trattamenti, sono da tenere in considerarazione le infezioni opportunistiche da Legionella pneumoniae, Pneumocystis jirovecii, Listeria monocytogenesLa polmonite da Citomegalovirus è un problema emergente, al pari delle infezioni fungine da candida e aspergillo (Montserrat E, 2006).

– Seconde neoplasie.

L’incidenza di seconde neoplasie nella LLC è pari 1,2-2,2 volte rispetto all’incidenza attesa in una popolazione di pari età (Hisada M, 2001 PubMed; Tsimberidou AM, 2009b PubMed) e le forme più frequenti sono rappresentate da tumori della pelle, della prostata, della mammella, melanoma, del sistema gastrointestinale e del polmone. I principali fattori di rischio sono rappresentati dall’età avanzata, dal sesso maschile, da livelli elevati di LDH e beta2-microglobulina e creatinina, mentre non sembra giocare un ruolo il tipo di terapia ematologica eseguita (Tsimberidou AM, 2009b) PubMedL’utilizzo diffuso degli analoghi delle purine non si è associato ad un incremento significativo del rischio di seconde neoplasie rispetto a quanto atteso sulla base dei dati storici disponibili (Jennifer A, 2009). Il rischio di sviluppare mielodisplasia o leucemia acuta mieloide secondaria è basso, ma può aumentare nei casi trattati con alchilanti e con analoghi della purine (Cheson BD, 1999) PubMed. L’incidenza stimata di neoplasie mielodisplasie e leucemie secondarie dopo lo schema FCR è risultato pari al 4,5% in un periodo di osservazione mediano di 44 mesi, con un tempo di latenza compreso tra 3 e 118 mesi (media 35 mesi) (Zhou Y, 2012).

– Trasformazione istologicala sindrome di Richter  , definita dalla comparsa di un linfoma aggressivo, con le caratteristiche del linfoma diffuso a grandi cellule associato a sintomi sistemici, versamenti nelle sierose e a cachessia, si può verificare nel 5-10% dei casi (Rossi D, 2008) PubMed.

La trasformazione in leucemia a prolinfociti può essere osservata in una minoranza dei casi.

Terapia della LLC

La terapia della LLC viene definita nell’ambito di un articolato processo decisionale, che deve tener presente tutti i seguenti aspetti:

a) quando iniziare il trattamento;
b) l’età e le condizioni cliniche generali del paziente;
c) le caratteristiche cliniche della malattia;
d) alcune caratteristiche biologiche;
e) i risultati dei trial clinici.

a) Inizio della terapia

Esiste evidenza, ben documentata (CLL Trialists’ Collaborative Group, 1999), che il trattamento precoce degli stadi iniziali o intermedi nei pazienti con malattia stabile e asintomatica non prolunga la sopravvivenza rispetto ad una vigile attesa seguita dalla terapia somministrata al momento dell’evoluzione clinica. Questi dati, riferiti ad un’epoca in cui la terapia disponibile era il clorambucile, non hanno ad oggi trovato smentita nonostante la disponibilità da almeno un decennio di agenti di maggiore efficacia rispetto al clorambucile, quali fludarabina, alemtuzumab, bendamustina e combinazioni di chemioterapia e rituximab. Il trattamento in fase iniziale espone il paziente al rischio di infezioni e, in un 2% circa dei casi, al rischio di morte correlabile al trattamento, a fronte di una probabilità di rimanere asintomatici con malattia stabile, pari al 49% dopo 11 anni per i pazienti in stadio A di Binet (Dighiero G, 1998). Un trial che ha randomizzato ad un trattamento precoce rispetto alla classica vigile attesa i pazienti con fattori di rischio biologico sfavorevole (IGHV non mutato, FISH sfavorevole, CD38+) che, in media, richiedono terapia dopo 2-6 anni dalla diagnosi (Shanafelt TD, 2010; Morabito F, 2009) non ha prodotto alcun vantaggio di sopravvivenza nei pazienti trattati (Hoechstetter MA et al, 2017).

Vi è pertanto attualmente unanime consenso sul concetto di non trattare i pazienti asintomatici, in stadio iniziale o intermedio che non presentano adenopatie massive, indipendentemente dalla presenza alla diagnosi di uno o più fattori di rischio biologico. I principali criteri che pongono indicazione all’inizio della terapia (Lin SL, 2009) sono elencati in Tabella X.

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Tabella X: Criteri per iniziare il trattamento nella LLC

b) Età e condizioni cliniche

I dati demografici dimostrano che il paziente con LLC ha un’aspettativa di vita inferiore alla popolazione di pari età (Shanafelt TD, 2009) e che questa differenza può non essere evidente nei casi diagnosticati ad un’età >75 anni (Shanafelt TD, 2010).

Nella programmazione della terapia è importante tener presente le condizioni del paziente e sono oggi disponibili alcuni strumenti di valutazione oggettiva, quali il Cumulative Illness Rating Scale, riprodotto in Tabella XI (Parmelee PA, 1995), che, pur non essendo stati concepiti per saggiare la tollerabilità alla chemioterapia, sono ampiamente utilizzati nei trial clinici. Ad esempio, non venivano arruolati nello studio che valutava l’efficacia di FCR rispetto a FC i pazienti con un CIRS >6 (Extermann M, 1998; Hallek M, 2010)

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Tabella XI: Cumulative IIIness Rating Scale. Da Panmalee PA, et al. J Am Geriatr Soc 1995;43:130-137

Importanza nella scelta della terapia è da riservare alla valutazione della funzionalità renale, non solo come livelli di creatinina e azotemia, ma valutando la clearance della creatinina che, se < 70 ml/min, deve imporre cautela nell’impiego dei moderni regimi di trattamento. Di pari importanza è la storia anamnestica relativa a pregresse infezioni, specialmente nei pazienti pretrattati.

c) Le caratteristiche cliniche della malattia

Il paziente può richiedere trattamento per una chiara espansione della malattia a livello emato-midollare, oppure per un prevalente progressivo coinvolgimento linfonodale. (Grever MR, 2007). Talora i pazienti con LLC richiedono terapia per condizioni indirettamente collegate alla malattia, in particolare per le manifestazioni autoimmuni riportate in Tabella IX. Tra queste le più frequenti sono rappresentate dall’anemia emolitica autoimmune (AEA) o dalla piastrinopenia autoimmune. L’approccio terapeutico dell’AEA, che può presentarsi alla diagnosi o, più frequentemente, durante il decorso della malattia e nei pazienti pretrattati (Mauro FR, 2000), è incentrato sull’utilizzo degli steroidi, che producono risposte globali nel 90% dei casi, con scomparsa dell’emolisi nel 60-70% dei casi. Una proposta di algoritmo terapeutico è schematizzata in Figura IV (Dearden C, 2008).

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Figura IV. Trattamento dell’anemia emolitica autoimmune nella LLC

d) Caratteristiche biologiche

In generale, la conoscenza dei fattori prognostici o predittivi di risposta è utile nell’orientare medico e paziente sulle strategie terapeutiche.

Al momento del trattamento di prima linea o alla ricaduta, la determinazione della delezione 17p e delle mutazioni di TP53 sono oggi assolutamente necessarie per programmare una terapia diversificata, incentrata su inibitori del signaling intracellulare (vide infra). Negli altri casi è utile  impiegare nella terapia di prima linea regimi di chemioimmunoterapia (Hallek M, 2010b). Nella pratica clinica si possono inoltre presentare frequentemente condizioni nelle quali la terapia di induzione prescelta o il numero totale di cicli da somministrare può essere il frutto di un ragionamento che soppesa le condizioni generali del paziente, il grado di aggressività della malattia e la tolleranza al trattamento.

e) I risultati dei trial clinici

L’efficacia e la tollerabilità dei regimi chemio/immunoterapici di più comune impiego nella corrente pratica clinica è riassunta in Tabella XII (prima linea) e in Tabella XIII (successive linee di trattamento).

Cuneo_leucemia_linfatica_cronica_Tabella_12

Tabella XII: Efficacia e tollerabilità dei principali schemi d terapia di prima linea

Cuneo_leucemia_linfatica_cronica_Tabella_13

Tabella XIII: Efficacia e tollerabilità dei regimi di seconda linea nella LLC

In uno scenario in rapidissima evoluzione, si stanno accumulando i dati relativi all’impiego di farmaci biologici che interferiscono con il signaling intracellulare o con l’attività di BCL2 (Figura V).

Figura V: Farmaci biologici che interferiscono con il signaling intracellulare o con l’attività di BCL2

Oggi sono entrati nella pratica clinica ibrutinib, idelalisib e venetoclax (ABT-199). I dati dei principali studi relativi a queste molecole sono riassunti in Tabella XIV.

Tabella XIV: Efficacia e tollerabilità  degli agenti biologici ibrutinib, idelalisib + rituximab e venetoclax nella LLC.

I risultati dei trial clinici devono essere trasferiti ai pazienti comuni tenendo conto che, di norma, la popolazione affetta da LLC ha un’età mediana più alta (Figura VI) e un numero di comorbidità maggiore rispetto a quelle dei pazienti arruolati negli studi (Figura VII), dato che può comportare un aumento degli eventi avversi e delle sospensioni anche con i nuovi farmaci biologici (Ghia P and Cuneo A, 2016).

Figura VI: Frequenza della LLC nella popolazione statunitense stratificata per fasce d’età a confronto con l’età mediana dei pazienti affetti da LLC arruolati in alcuni trial clinici.

Figura VII: Numero medio di comorbidità nei pazienti affetti da LLC stratificati per età.

Terapia: considerazioni generali

L’approccio attuale alla terapia della LLC tiene conto delle seguenti considerazioni:

1) La combinazione di fludarabina e ciclofosfamide con l’aggiunta di rituximab migliora la sopravvivenza nel paziente giovane e/o in buone condizioni generali rispetto al migliore standard terapeutico (Hallek M, 2010), La combinazione alternativa che associa bendamustina e rituximab appare meglio tollerata e per lo meno altrettanto efficace nei pazienti anziani in buone condizioni di salute (Eichhorst B, 2016). Entrambe le terapie possono ottenere remissioni profonde con negatività della malattia minima residua in una parte significativa dei casi (Eichhorst B, 2014).

2) Il controllo della sintomatologia, ottenibile con terapie meno aggressive, può essere vantaggioso nella popolazione anziana (Eichhorst BF, 2009). Tuttavia, recenti studi retrospettivi hanno dimostrato un prolungamento della sopravvivenza rispetto a controlli storici nei pazienti anziani  trattati con fludarabina in associazione a rituximab (Woyach JA, 2013). Inoltre, nei pazienti con comorbidità, l’aggiunta al clorambucile del nuovo anticorpo monoclonale anti CD20 obinutuzumab ha consentito di ottenere risposte complete con negativizzazione della malattia minima residua in una parte significativa dei casi, di migliorare la sopravvivenza rispetto al clorambucile da solo e di prolungare la sopravvivenza libera da progressione rispetto all’associazione del clorambucile con l’anticorpo anti CD20 di prima generazione rituximab (Goede V, 2014). Infine, l’aggiunta dell’anticorpo monoclonale anti CD20 ofatumumab al clorambucile ha consentito di ottenere un aumento significativo della percentuale di risposte alla terapia con negativizzazione della malattia minima residua in una parte dei casi ed un prolungamento della sopravvivenza libera da progressione (Hillmen P, 2015). Infine è stato dimostrato che Ibrutinib migliora la sopravvivenza rispetto al solo clorambucile (Burger I et al, 2015).

3) I risultati di tutte le chemioimmunoterapie, sia nel giovane che nell’anziano, sono decisamente deludenti nei pazienti con delezione 17p e/o con mutazione di TP53. In questi pazienti i risultati ottenuti in prima linea non vanno oltre una mediana di 18 mesi di sopravvivenza libera da progressione con alemtuzumab (oggi non più in commercio) e alte dosi di steroide, o un modesto 18% di pazienti liberi da progressione a 3 anni con FCR. L’unica opzione che ottiene una prolungata remissione in questi pazienti è il trapianto allogenico. Oggi le prospettive appaiono decisamente migliori grazie all’introduzione in commercio di nuove terapie biologiche (ibrutinib, idelalisib e venetoclax).

4) Nei pazienti con LLC ricaduta refrattaria le nuove terapie orali che bloccano il signaling mediato dal BCR o BCL2 hanno prodotto risultati di grandissimo interesse in termini di risposta, sopravvivenza libera da progressione e tollerabilità (Tabella XIV) e hanno cambiato il paradigma di trattamento  di questa fase della malattia, essendo efficaci anche in presenza di malattia plurirecidivata e/o refrattaria ed in presenza della delezione 17p (Foà R, Guarini A, 2013; Byrd JC, 2013; Furman RR, 2014). Ibrutinib, che inibisce BTK e idelalisib (associato a rituximab), che inibisce PI3K, rappresentano oggi assieme all’inibitore orale di BCL2 Venetoclax (ABT-199) (Roberts AW, 2015; Stilgenbauer S et al, 2016) i trattamenti di scelta per la LLC recidivata e refrattaria. Ibrutinib è approvato da EMA anche per la terapia di prima linea della LLC con e senza la delezione 17p. In questi pazienti la terapia di prima linea può avvalersi anche di venetoclax in caso di fallimento o di controindicazioni all’impiego di ibrutinib o di idelalisib e rituximab in caso di controindicazioni all’utilizzo di altre terapie.

Terapia di prima linea

a) Pazienti in buone condizioni di salute

Oggi lo standard terapeutico nei pazienti giovani e nella minoranza di anziani che presentano condizioni generali ottimali è la combinazione fludarabina (F), ciclofosfamide (C) e rituximab (R), secondo lo schema FCR (Hallek M, 2010), in quanto questo trattamento ha per la prima volta documentato un allungamento della sopravvivenza rispetto al migliore standard, rappresentato dalla combinazione FC, che a sua volta si era dimostrata superiore a F e a C in precedenti studi, riassunti in Tabella XII. L’obiettivo del trattamento nel giovane deve essere, quando possibile, l’ottenimento della remissione completa secondo i criteri clinici NCI (Hallek M, 2008), obiettivo raggiungibile in un 44-70% dei casi (Keating MJ, 2005; Hallek M, 2010b). I pazienti trattati con FCR nel trial CLL8 presentavano una sopravvivenza libera da progressione pari al 38% e una sopravvivenza pari al 69,4% dopo una mediana di osservazione di 5,9 anni (Fischer K, 2012a). I pazienti con caratteristiche genetiche favorevoli (IGHV mutato e assenza di 11q- e 17p-) possono ottenere risposte durature (Fischer K, 2016; Rossi D, 2015; Thompson PA, 2016). La terapia FCR richiede uno stretto monitoraggio ematologico e, di norma, profilassi antinfettiva e antivirale. In caso di neutropenia o tossicità ematologica al momento della ripresa terapeutica è obbligatoria la riduzione della dose del 20%, anche ripetuta in caso di ulteriore successiva citopenia. Si consideri che nei due principali studi che hanno descritto l’efficacia di FCR (Keating MJ, 2005; Hallek M, 2010):

– l’età mediana dei pazienti era di 58-61 anni, con 11-13% di pazienti >70 anni;
– il 74% dei pazienti ha completato la terapia con i previsti 6 cicli nei succitati studi;
– non è stata documentato vantaggio di sopravvivenza nei pazienti > 70 anni (Hallek M, 2010);
– si sono osservate neutropenie tardive nell’anno seguente la sospensione del trattamento nel 10-20% dei pazienti, con infezioni nel 10% dei pazienti (Strati P, 2013);
– in uno studio con lungo follow-up condotto all’MDACC (Benjamini O, 2015), l’incidenza di mielodisplasia o leucemia secondaria era pari al 5,1%.

La combinazione bendamustina e rituximab si è dimostrata efficace e relativamente maneggevole (Fischer K, 2012). Questa combinazione ha ottenuto un 31,5% di RC con una PFS di 43,2 mesi e oggi può rappresentare una valida alternativa a FCR, specialmente nel paziente meno giovane o anziano in buone condizioni  (Eichhorst B, 2016).

E’ stata anche saggiata in un numero limitato di pazienti l’efficacia e la tollerabilità di uno schema che, riducendo le dosi di FC e aumentando la dose di rituximab (FCR-lite), ha dimostrato buona efficacia e tollerabilità (Foon KA, 2009).

Molto efficace e, analogamente a FCR, impegnativo nella gestione degli effetti collaterali è risultata la combinazione che include mitoxantrone nello schema R-FCM (Bosch F, 2009). Questa combinazione è oggi poco utilizzata.

b) Pazienti con comorbidità

Nei pazienti anziani e in presenza di comorbidità, il clorambucile associato agli anticorpi monoconali anti CD20 rappresenta un’importante opzione terapeutica. La sua associazione con rituximab ha prodotto risposte complete nell’8-19% dei casi, con una sopravvivenza libera da progressione di 15-34 mesi, con tossicità limitata. Il clorambucile con il nuovo anticorpo anti CD20 obinutuzumab ha consentito di ottenere risposte complete nel 22% dei casi con negativizzazione della malattia minima residua in oltre il 20% dei casi, dimostrandosi significativamente più efficace della combinazione clorambucile e rituximab in termini di profondità della risposta con negativizzazione della malattia minima residua e di sopravvivenza libera da progressione, con un tempo al successivo trattamento di 42,7 mesi (Goede V, 2015).

Riposte complete con negativizzazione della malattia minima residua si ottengono anche con la combinazione clorambucile e ofatumumab (Hillmen P, 2015), che migliora la sopravvivenza libera da progressione rispetto al solo clorambucile.

In tutte le circostanze in cui l’obiettivo della terapia è quello di un contenimento dell’espansione della malattia, il clorambucile può mantenere un ruolo per la sua limitata tossicità e per la sua maneggevolezza. Nei trial clinici bendamustina e fludarabina si sono dimostrare più efficaci di clorambucile, ma questo vantaggio non si è tramutato in una sopravvivenza più lunga (Catovsky D, 2007; Eichhorst BF, 2009; Knauf WU, 2009); l’aggiunta di rituximab a fludarabina migliora la qualità e la durata delle risposte (Byrd JC, 2005).

Nei pazienti anziani non pre-trattati ibrutinib ha dimostrato grande efficacia e buona tollerabilità (Burger I et al, 2015), migliorando la sopravvivenza rispetto al clorambucile da solo, una terapia che oggi non rappresenta più il trattamento standard in questi pazienti. Pertanto, il ruolo di questa terapia innovativa e molto promettente nella prima linea non è ancora definito, con l’eccezione dei pazienti ad alto rischio per la presenza di alterazioni di TP53 (vedi sotto).

c) Terapia di prima linea nei pazienti con delezione 17p o mutazioni di TP53

Nei pazienti con 17p- o con mutazione di TP53 l’approccio terapeutico moderno prevede l’utilizzo di ibrutinib, venetoclax o idelalisib e rituximab (Hallek M, 2017). Infatti i dati storici con i regimi chemioimmunoterapici appaiono decisamente insoddisfacenti in questo sottogruppo della LLC. Il classico FCR migliora la sopravvivenza libera da progressione rispetto a FC, ma solo il 18% dei pazienti risultava libero da progressione a 3 anni in uno studio (Hallek M, 2010). Il trattamento con alemtuzumab, associato o meno a desametazone o a metilprednisone ad alte dosi, ha dimostrato efficacia in questi pazienti, che tuttavia vanno incontro a progressione in tempi relativamente rapidi con una PFS mediana di 18 mesi in uno studio (Pettitt AR, 2012). La gestione degli eventi avversi, in particolare delle problematiche infettive, ha sempre limitato l’uso di questa terapia a centri esperti e alemtuzumab non è oggi più in commercio per questa indicazione. Discreta è anche risultata l’efficacia e la tolleranza della combinazione fludarabina e alemtuzumab in prima linea nei pazienti ad alto rischio (Mauro FR, 2014).  Il trapianto di midollo è un’opzione da considerare in questi pazienti secondo raccomandazioni condivise dalla comunità scientifica (Dreger P, 2014).

Risultati decisamente incoraggianti sono stati invece descritti nei trial che impiegavano ibrutinib o idelalisib e rituximab. In questi studi sono state descritte risposte obiettive:

– nel 97% di 33 pazienti trattati con ibrutinib, che evidenziavano pochissimi eventi di progressione ad una mediana di osservazione di 24 mesi (Farooqui MZ, 2015);
– in tutti i 9 pazienti trattati con idelalisib e rituximab, in assenza di progressione (O’Brien SM, 2015).

Questi risultati indicano come questi farmaci che interferiscono con il segnale del BCR possano rappresentare oggi l’opzione terapeutica di scelta per questo sottogruppo citogenetico di pazienti (O’Brien S, 2014).

Gli ottimi risultati dimostrati da venetoclax nei pazienti recidivati o refrattario con 17p- (si veda la tabella XIV) (Stilgenbauer S, 2016) ha portato all’indicazione all’impiego in prima linea di questa molecola nei pazienti che hanno fallito ibrutinib o in caso di controindicazioni all’impiego di un inibitore del BCR. Quindi, nella pratica clinica odierna, pur considerando che il follow-up è ancora breve e che i dati di sicurezza nel medio periodo non sono stati ancora pienamente definiti (vide infra), la terapia di prima linea di questo sottotipo altamente sfavorevole di LLC si deve avvalere di ibrutinib o, nel caso questo risulti controindicato, di venetoclax o di idelalisib e rituximab.

Le principali opzioni di terapia di prima linea sono riassunte in Figura VIII.

Figura VIII: Principali opzioni per la terapia di prima linea nel paziente con LLC

 

Terapia dei pazienti con LLC recidivata o refrattaria

L’efficacia e la tolleranza dei regimi di più comune impiego nel paziente recidivato o refrattario sono riassunte in Tabella XIII, mentre i risultati ottenuti con i farmaci biologici ibrutinib, idelalisib + rituximab e venetoclax (ABT-199) sono riassunti in Tabella XIV.

a) Di grandissimo interesse è la dimostrazione di una elevata percentuale di risposte con un 75% di sopravvivenza libera da progressione a 26 mesi ottenuta nella LLC recidivata o refrattaria con l’inibitore della BTK ibrutinib (Byrd JC, 2013), che agisce interferendo con il BCR signaling e le interazioni con il microambiente, mobilizzando i linfociti dalle sedi linfonodali coinvolte e inducendone l’apoptosi (Ten Hacken E, 2015). A 30 mesi la sopravvivenza libera da progressione era dell’89% nei pazienti senza 11q- o 17p-, del 79% nei pazienti con 11q- e del 45,9% nei pazienti con 17p- (Byrd JC et al, 2015). Ibrutinib si è dimostrato in grado di prolungare la PFS e la sopravvivenza rispetto ad ofatumumab nella LLC recidivata o refrattaria (Byrd JC, 2014). Il farmaco, in genere ben tollerato, produce frequentemente una linfocitosi periferica, anche marcata, che quasi sempre regredisce in alcuni mesi e che non pregiudica l’efficacia del trattamento.

b) La pubblicazione di dati che documentano la superiorità di idelalisib e rituximab rispetto al solo rituximab in termini di PFS e sopravvivenza in una popolazione ad alto rischio per caratteristiche cliniche (numerose precedenti linee di trattamento, età avanzata, comorbidità) e biologiche (alta percentuale di pazienti con delezione 17p e/o 11q-) (Furman RR, 2014) rende questa combinazione molto interessante ed apre la prospettiva di un largo impiego di inibitori del signaling intracellulare nella terapia della LLC refrattaria/recidivata.

c) Venetoclax ha prodotto risposte nel 79% dei casi in pazienti ad alto rischio (17p-) e pluritrattati, con un 20% di risposte complete e 5% di negativizzazione della malattia minima residua ed una sopravvivenza libera da progressione pari al 69% a 15 mesi (Roberts AW, 2015). Nello studio dedicato ai pazienti con delezione 17p (Stilgenbauer S, 2016), la percentuale di risposte (79%) a la sopravvivenza libera da progressione stimata a 12 mesi pari al 72% rappresentano un ottimo risultato, anche se il follow-up è al momento breve.

Tra le tossicità specifiche di questi farmaci occorre considerare con attenzione:

a) la fibrillazione atriale e l’ipertensione arteriosa, oltre ai sanguinamenti e la diarrea, quasi sempre di grado lieve, per ibrutinib (Byrd JC et al, 2015);

b) fenomeni su base su base infiammatoria e/o disimmune per idelalisib, quali diarrea e/o colite anche ad insorgenza tardiva, polmonite interstiziale anche di grado severo, infezioni polmonari da Pneumocystis jirovecii e/o da Cytomegalovirus e aumento delle transaminasi (Louie CY, 2015; Coutré SE, 2015). La terapia di profilassi con cotrimoxazolo e trimetoprim è obbligatoria, al pari del monitoraggio della viremia da Cytomegalovirus;

c) la sindrome da lisi tumorale con venetoclax, che richiede misure preventive e attento monitoraggio.

Di fatto, questi agenti orali molto efficaci rappresentano oggi il trattamento di scelta nei pazienti refrattari e plurirecidivati, mentre gli schemi tradizionali di chemioimmunoterapia possono trovare uno spazio solo nei pazienti che hanno avuto una risposta prolungata alla terapia di prima linea. Qualora ci si orienti verso l’impiego della chemioimmunoterapia per la terapia di seconda linea occorre considerare che si può ritenere ragionevole proporre la ripetizione del trattamento usato in prima linea qualora la durata della remissione sia di almeno 36 mesi (Hallek M, 2010; Tam CS, 2014). Uno studio randomizzato ha dimostrato la maggiore efficacia di FCR rispetto a FC in pazienti che erano stati trattati in prima linea con alchilanti (82% dei casi) e fludarabina (18% dei casi) (Robak T, 2010), dimostrando come questa combinazione sia di buona efficacia nei pazienti trattati in monoterapia in prima linea.

Bendamustina e rituximab si sono dimostrati efficaci e relativamente ben tollerati, anche in pazienti pretrattati con regimi contenenti fludarabina (Fischer K, 2011).

La combinazione fludarabina e alemtuzumab (oggi non più in commercio) è risultata efficace e ben tollerata (Elter T, 2005) e, in uno studio randomizzato è risultata più efficace rispetto a fludarabina da sola (Elter T, 2011) in una coorte di pazienti pretrattati, che avevano ricevuto nel 21% dei casi fludarabina in prima linea.

Ofatumumab ha dimostrato discreta efficacia e buona tolleranza ed è approvato per l’uso clinico in Europa nei pazienti refrattari a fludarabina e alemtuzumab. Analoga efficacia è stata dimostrata nei pazienti refrattari a fludarabina con malattia bulky (Wierda WG, 2010). L’associazione bendamustina e ofatumumab si è dimostrata efficace e ben tollerata in uno studio (Cortelezzi A, 2014).

Le alte dosi di metilprednisolone in associazione a rituximab hanno mostrato una discreta efficacia in pazienti pretrattati con delezione 17p (Castro JE, 2009).

La lenalidomide, in associazione a rituximab, ha dimostrato efficacia e buona tollerenza (Badoux XC, 2013). Questo trattamento non è registrato per l’uso clinico in Italia.

Il trapianto di midollo osseo allogenico ha dimostrato di poter indurre risposte cliniche prolungate (Dreger P, 2010), con progressiva negativizzazione del residuo leucemico in una parte dei casi grazie all’effetto immunomediato (Sorror ML, 2008). La sopravvivenza a 5 anni è di circa il 50% e la non-relapse mortality del 20% circa. La tossicità si manifesta con graft versus host disease (GVHD) acuta di grado ≥2 nel 50% circa dei casi e con GVHD cronica estesa nel 50% circa dei casi, sia nei pazienti trapiantati da fratelli HLA identici che da donatori non famigliari HLA-identici, con durata mediana della GVHD di 25 mesi (Sorror ML, 2008).

L’opzione trapiantologica deve essere presa in considerazione e discussa nei pazienti resistenti o recidivati che hanno risposto a ibrutinib o idelalisib in alternativa alla prosecuzione della terapia, specialmente in caso di presenza di delezione 17p/mutazioni di TP53 (Dreger P, 2014). Candidati a un approccio trapiantologico sono i pazienti giovani e in buone condizioni che non abbiano risposto o che siano progrediti dopo terapia di prima linea con inibitori del BCR signaling o con venetoclax.

Le principali opzioni di terapia della LLC recidivata/refrattaria sono riassunte in Figura IX.

Figura IX. Principali opzioni di terapia della LLC recidivata/refrattaria.

 

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